Le orge dei Diavoli e i bimbi "strappati": la vera storia di Veleno

Alla fine degli anni '90 in due paesi della Bassa Modenese vennero alla luce una serie di casi di presunti abusi sessuali: 16 bambini vennero allontanati dalle loro famiglie. Zii, nonni e genitori finirono sotto processo, una presunta setta di pedofili, che venne messa in dubbio dall'inchiesta "Veleno"

Le orge dei Diavoli e i bimbi "strappati": la vera storia di Veleno

Abusi sessuali, riti satanici, omicidi, pedofilia. Alla fine degli anni '90 in due paesini della Bassa Modenese iniziano a circolare queste parole e si diffondono tra la popolazione. In quel periodo infatti 16 bambini da zero a 12 anni vengono allontanati dalle proprie famiglie, accusate di far parte di una presunta setta satanica che avrebbe abusato di loro. Scoppiò così il caso dei "Diavoli della Bassa Modenese", che portò a processi durati anni e terminati con condanne e assoluzioni.

Il "bambino zero"

Tutto iniziò da una famiglia di Massa Finalese, composta da Romano Galliera, la moglie Adriana e tre figli. Si trattava di una famiglia che si trovava in una situazione difficile, anche dal punto di vista economico, e nel 1992 il tribunale fece intervenire i servizi sociali per i due figli minori. Il più piccolo, Davide, venne ospitato dalla famiglia di Oddina e Silvio. Per qualche tempo il bimbo restò con loro, fino a che venne trasferito al Cenacolo Francescano, a Reggio Emilia: era il giorno di Santo Stefano del 1993 quando Davide venne accompagnato nell'istituto, dove rimarrà per quasi due anni. Poi, all'età di 5 anni, venne affidato a un'altra famiglia della provincia di Mantova e nel 1995 iniziarono i rientri programmati dai genitori naturali. Nel frattempo ad aiutare i Galliera c'era, oltre alla famiglia di Oddina, anche don Giorgio Govoni, il parroco della zona, che gli mise a disposizione un'abitazione. Davide tornò a casa per l'ultima volta il 23 febbraio 1997: da quel giorno le visite alla famiglia biologica si interruppero bruscamente. Il motivo venne a galla poco meno di due mesi più tardi: il 17 maggio 1997 i carabinieri arrestano il padre e il fratello maggiorenne del bambino, sospettati di abusi sessuali.

Nell'aprile dello stesso anno infatti, prima la maestra e poi la mamma affidataria avevano raccolto una confidenza di Davide, che raccontava di alcuni "scherzi" che il fratello avrebbe fatto alla sorella "sotto le coperte". Come ha raccontato il giornalista Pablo Trincia nel podcast Veleno, all'epoca la madre affidataria venne sentita dalle forze dell'ordine, alle quali dichiarò che Davide tornava incupito dai weekend a casa: "Fui io a un certo punto - si legge nel verbale della madre affidataria, riportato da Trincia - a chiedergli se quelle cose fatte a Barbara erano state afflitte anche a lui da Igor. Dario mi disse di sì". Igor, Barbara e Dario sono i nomi di fantasia usati dal giornalista, per non rivelare le generalità delle persone coinvolte nella vicenda. Davide (ora adulto e uscito allo scoperto con il suo vero nome) non accusò però solamente il fratello, ma anche la madre e il padre.

Iniziò da queste prime rivelazioni il caso di quelli che i giornali del tempo ribattezzarono "I Diavoli della Bassa Modenese", un gruppo di persone accusato prima di abusi, poi di riti satanici e omicidi. Dopo le accuse alla famiglia Davide raccontò altri particolari: "Nei giorni scorsi ha ricominciato a peggiorare nel suo umore - si legge ancora nel verbale sulle dichiarazioni della mamma affidataria - e a mia domanda se ci fosse ancora qualcosa da raccontare, mi ha riferito episodi riguardanti una certa signora Rosa". E nel cerchio di abusi entrarono anche Rosa e Alfredo, due amici del padre: Davide disse che avevano abusato di lui e gli avevano scattato delle fotografie. Così, quella che sembrava una vicenda di violenza intrafamiliare, si trasformò ben presto in un presunto giro di pedofilia. Ma le rivelazioni di Davide non si erano esaurite.

Il cerchio si allarga

Non molto tempo dopo il bimbo fece i nomi (qui di fantasia) di altre due bambine che sarebbero state presunte vittime di abusi e come lui consegnate ad alcune persone in cambio di soldi: Elisa, di 3 anni, e Marta, 8 anni. La prima era figlia di Federico Scotta, operaio di Mirandola, e Lamhab Kaenphet, di origini thailandesi: si trattava di una famiglia già seguita dai servizi sociali. Il 7 luglio del 1997 le forze dell'ordine si presentarono a casa Scotta, perquisirono l'abitazione e chiesero ai genitori di seguirli alla questura di Mirandola insieme a Elisa e al figlio più piccolo. "Quando sono salito su per andare a notificare l’atto - ha raccontato Federico a Pablo Trincia - Elisa dormiva in braccio a me e Nicola invece dormiva in braccio a mia moglie. Li abbiamo dovuti lasciare su una poltrona puzzolente, putrida del commissariato di Mirandola. Nicola l’abbiamo dovuto legare nel passeggino e ci dicevano non vi preoccupate, quando scendete giù al massimo li vedete ancora". Da quel momento invece Federico e Kaenphet non rividero più i loro bimbi, che vennero allontanati dai servizi sociali. Quella mattina in questura c'era anche Francesca Ederoclite, una vicina di casa della famiglia Scotta e madre della bambina di 8 anni, Marta. La polizia era arrivata anche in casa sua e anche a lei era stata tolta la figlia: Davide infatti aveva fatto alla psicologa anche il suo nome. Entrambe le bimbe vennero portate da una ginecologa, che confermò gli abusi subiti. Il 28 settembre del 1997, prima dell'inizio del processo di primo grado a Modena, Francesca Ederoclite si suicidò, gettandosi dalla finestra al quinto piano del suo appartamento. Fu con la morte della madre che Marta iniziò a parlare, accusando la donna.

Nel gennaio 1998 iniziò il primo processo, che coinvolgeva 4 diversi nuclei familiari. Il primo era quello composto dai Galliera (marito, moglie e figlio maggiore), accusati di abusi verso Davide e di aver organizzato degli incontri in cui venivano fatti prostituire i bambini. Imputati poi erano anche Alfredo Bergamini, indicato come colui che fotografava e filmava i bambini, e la compagna Maria Rosa Busi, oltre a Francesco Scotta, accusato di aver coinvolto la figlia nei festini. La sentenza di primo grado, riportata dalla Gazzetta di Modena del tempo, condannò tutti gli imputati: Romano Galliera a 12 anni, la moglie Adriana a 7, il figlio a 4; Alfredo Bergamini a 13 anni e la compagna a 7 anni e 6 mesi; Francesco Scotta a 12 anni. Francesca Ederoclite morì prima del processo. La Corte d'Appello prima e la Cassazione poi confermarono le condanne per abusi in ambito domestico.

I riti nei cimiteri

Nell'estate del 1997 il "bambino zero" iniziò ad aggiungere ulteriori particolari alle rivelazioni fatte agli psicologi. Fu in quel periodo che iniziò ad ambientare alcuni dei suoi racconti nei cimiteri. Non solo. Il bimbo iniziò anche a fare riferimento a un "sindaco" di nome Giorgio vestito con una tunica, che sarebbe stato a capo della banda di pedofili. Ma il sindaco non si chiamava Giorgio: per questo nel mirino degli inquirenti finì un prete. Il 13 settembre del 1997 i giornali locali diedero la notizia del suo coinvolgimento: "Pedofilia, nella banda anche un sacerdote". Successivamente i bambini fecero il nome di don Giorgio Govoni, il parroco della zona che aveva aiutato anche i Gallera, e lo accusarono di far parte del presunto gruppo di pedofili della Bassa Modenese.

Nel frattempo altre due bambine, entrambe di Massa Finalese, vennero allontanate dalle proprie famiglie. La prima fu Michela (nome di fantasia), che venne prelevata mentre era a scuola, la mattina del 16 marzo 1998. Era la figlia minore di Santo e Maria Giacco che, oltre a lei, avevano altri cinque bambini. A segnalare il suo caso ai servizi sociali era stata proprio la scuola, dopo alcuni riferimenti espliciti sul sesso fatti dalla bimba a una compagna di classe, che ne aveva parlato con la madre. Anche in questo caso la dottoressa, la stessa che aveva già visitato Marta ed Elisa, confermò la presenza di alcuni segni compatibili con abusi. Dopo qualche tempo, Michela iniziò ad accusare il padre, che venne arrestato e accusato di aver abusato della figlia e di averla condotta nei cimiteri insieme agli altri bambini. Accuse dalle quali venne assolto dopo anni di processi, come riportò la Gazzetta di Modena.

Il 2 luglio del 1998 anche Milena (nome di fantasia) venne allontanata dalla casa dove viveva col padre Giuliano Morselli e la madre Monica Roda e confidò alla psicologa di essere stata vittima di abusi e riti satanici, con il coinvolgimento di altri membri della famiglia (genitori, zii e il nonno paterno). Anche questa volta la dottoressa confermò gli abusi. Come già avevano fatto Davide e Marta, anche Milena e Michela raccontarono di rituali satanici, messe nere nei cimiteri, sangue e uomini col volto coperto da maschere di animali e diavoli. Era il 29 ottobre del 1998 quando Davide fece un'altra rivelazione, che trasformò i cimiteri da luoghi di abusi a scenari di omicidi. Alla psicologa il bimbo raccontò di aver ucciso un bambino con un coltello, guidato dal padre nel corso di uno dei riti satanici. A confermare le parole del più piccolo dei Galliera arrivarono poco tempo dopo anche i ricordi di altre bambine, che raccontarono di omicidi di bambini e torture.

Le rivelazioni di questo secondo filone di indagini portarono a un nuovo processo a Modena, chiamato "Pedofili-bis", che coinvolse 17 imputati, accusati di due diverse tipologie di reato: da un lato si trattava dei presunti abusi sessuali commessi in ambito domestico, dall'altro degli atti violenti nei cimiteri. Il 16 maggio 2000 nella sua requisitoria finale il pm indicò don Giorgio Govoni come figura di riferimento della presunta rete di pedofili che operava nei cimiteri e chiese per il sacerdote 14 anni di carcere. Due giorni dopo don Govoni, che si era sempre professato innocente, morì per un infarto. Nel giugno 2000, come riportò Repubblica, il tribunale dichiarò colpevoli 14 imputati, per un totale di 157 anni di carcere, e ritenne di "non doversi procedere" nei confronti di don Govoni, "per morte del reo", che nelle motivazioni della sentenza venne indicato come il capo della setta. Gli imputati vennero ritenuti colpevoli sia per gli abusi domestici, che per i riti nei cimiteri. In secondo grado però i giudici della Corte d'Appello di Bologna ribaltarono la situazione, sostenendo che le accuse riguardanti le violenze nei cimiteri e i riti satanici non reggessero. Diverso invece il discorso per gli abusi domestici, che vennero confermati in alcuni casi e per alcuni imputati. Nel 2002 la Cassazione ribadì sostanzialmente la sentenza, scagionando definitivamente don Giorgio e facendo cadere le accuse legate ai cimiteri.

Il caso che arrivò in Parlamento

Quando nel 1998, la figlia di Giuliano Morselli raccontò dei riti satanici nei cimiteri, chiamò in causa anche i suoi quattro cuginetti, figli di Lorena Morselli e Delfino Covezzi. Anche loro, secondo Milena, venivano portati nei cimiteri e subivano le violenze della setta di pedofili. Così, alle 5.45 del 12 novembre 1998, la polizia bussò alla porta dei coniugi Covezzi, a Finale Emilia. Non solo, perché quella notte altri due bambini di Massa Finalese vennero allontanati dalle loro famiglie e altre persone furono fermate, tra cui il padre, gli zii e il nonno di Milena, che lei aveva indicato come pedofili, accusa poi ribadita anche dai figli di Lorena e Delfino. Dopo l'allontanamento i quattro fratelli Covezzi vennero visitati dagli stessi dottori che avevano individuato gli abusi sugli altri bambini e l'esito risultò lo stesso.

Il caso di Lorena e Delfino però è diverso da quello degli altri genitori implicati in questa storia. Loro infatti non vennero accusati di abusi, ma di non essersi accorti che i propri figli venivano portati nei cimiteri. Per questo, il loro caso arrivò fino in Parlamento. Fu l'onorevole Carlo Giovanardi a presentare, nel marzo del 1999, un'interpellanza rivolta all'allora ministro della Giustizia Oliviero Diliberto, in cui venivano chieste spiegazioni circa l'allontanamento dei minori dai genitori, dal momento che "non risulta che il Covezzi e la Morselli siano a nessun titolo indagati". La risposta del ministro venne programmata per l'11 marzo, ma venne chiesta una proroga fino al 18 marzo. La sera prima però ai coniugi Covezzi venne consegnato un avviso di garanzia: la più grande dei quattro figli infatti aveva accusato i genitori biologici di abusi. Franco Corleone, sottosegretario di Stato per la Giustizia, durante la risposta all'interpellanza spiegò che l'11 marzo "era stato ascoltato, come persona informata dei fatti, l'affidatario della più grande dei quattro fratelli, il quale aveva riferito che la bambina gli aveva confermato di aver subito abusi da parte delle persone già indagate, ma anche che sarebbe stata oggetto di violenze sessuali da parte del padre, con l'attiva complicità della madre. A quanto riferito dalla bambina, le violenze sarebbero avvenute anche in danno dei fratelli". Successivamente, il 17 marzo, era stato avviato il procedimento penale nei confronti dei coniugi Covezzi. "Crede che qualcuno mi possa togliere dalla testa che vi è stata un'improvvisa accelerazione di determinate dinamiche - aveva commentato Giovanardi al tempo - talché, non sapendo o non potendo spiegare all'opinione pubblica come sia possibile che in un Paese civile come l'Italia per cinque mesi quattro minori siano stati allontanati dai genitori senza che questi fossero indagati, è stata subito 'spiattellata' la soluzione: ma come non sono indagati?".

Così anche Lorena e Delfino si ritrovarono implicati nel presunto giro di pedofilia, tesi che confluì nel terzo processo, il "Pedofili-ter". Nel 2002 i coniugi Covezzi vennero condannati a 12 anni di reclusione: i racconti dei bambini vennero considerati attendibili, così come le perizie dei medici che attestarono gli abusi. Successivamente però i consulenti della difesa e del gip contestarono le affermazioni dei dottori che avevano visitato i figli di Lorena e Delfino, sostenendo l'assenza di segni di abuso sessuale. La sentenza di appello, arrivata solo nel 2010, ribaltò il giudizio di primo grado e i coniugi Covezzi vennero assolti. Ma la trafila giudiziaria non finì qui: nel 2011 la Cassazione annullò la decisione dell'appello con rinvio a giudizio e nel 2013 il nuovo appello si concluse con un'assoluzione, confermata definitivamente nel 2014 dalla Cassazione. Ci fu anche un processo "Pedofili-quater", nel quale vennero accusati il padre e i fratelli di Lorena di abusi nei confronti della nipote, che sarebbe stata violentata fuori dalla scuola. Ma nel 2005 e poi nel 2012 tutti vennero assolti. Nonostante l'assoluzione dei genitori, ancora oggi la figlia più grande, Valeria, conferma di aver subito abusi. Lo ha recentemente ribadito in un'intervista a Visto del gennaio 2020, riportata su un sito dedicato a Richard Gardner: "Non ho mai avuto dubbi sugli abusi sessuali subiti, né sui riti satanici che ho visto consumare al cimitero - aveva dichiarato Valeria - essere allontanata dalla mia famiglia di origine è stata la mia salvezza". E ricorda: "Non eravamo al sicuro nella nostra famiglia d'origine: la violenza domestica e gli abusi sessuali avvenivano con frequenza quotidiana da parte di Delfino, degli zii materni e del nonno".

"Veleno"

Il caso dei "Diavoli della Bassa Modenese" sconvolse un'intera comunità. Ma, se da una parte c'erano i bambini che avevano denunciato gli abusi, gli assistenti sociali e le famiglie adottive, dall'altra c'erano i genitori biologici, che urlavano la loro innocenza. A dar loro voce fu il giornalista Pablo Trincia che nel 2017, insieme alla collega Alessia Rafanelli, riportò l'attenzione sul caso realizzando per Repubblica il podcast Veleno. Già negli anni dei processi, emersero intorno alla vicenda alcuni punti interrogativi: "Non c'è nessuna confessione - scriveva nel 2000 la Gazzetta di Modena in relazione al processo 'Pedofili-bis'- Mai trovato alcun reperto", come foto, filmati, oggetti usati per compiere i riti, né i cadaveri dei bambini uccisi negli omicidi descritti durante i colloqui. Venne poi messo in dubbio il lavoro svolto da psicologhe e servizi sociali, tanto che nella sentenza della Corte d'Appello del 2013 che assolse i coniugi Covezzi, riportata al tempo dalla Gazzetta di Modena, si legge: "Tutti i minorenni, presi in carico dai servizi sociali, vennero seguiti dalle medesime due psicologhe le quali, dati per certi la buona fede e l'impegno, erano oggettivamente inesperte, mai avendo in precedenza trattato casi di abuso sessuale in danno di minori. Incredibilmente, pur a fronte di un numero sempre maggiore di minori indicati come abusati, o presunti tali, la direzione dei servizi, per quanto consta a questa Corte, non ritenne di affiancare alle due psicologhe personale dotato di maggiore esperienza". Inoltre, continua la sentenza, "non si è tenuto conto delle possibili contaminazioni per così dire ambientali che questo singolarissimo fiorire di vicende, tutte coinvolgenti minori di una ristrettissima area geografica, può avere avuto sui racconti dei minori medesimi".

Pablo Trincia recuperò i documenti legati al caso e riuscì a trovare anche una serie di video di alcuni colloqui tra i bambini e le psicologhe. Molti dei primi incontri non vennero registrati, ma di quelli successivi esiste qualche filmato. "Il grosso sospetto di molti - dichiara il giornalista nel podcast - è che questi eventi drammatici non solo non siano mai accaduti, ma che siano state proprio le psicologhe a introdurre per prime i racconti degli abusi e dei cimiteri". In uno dei video riportati anche nella nuova serie Amazon PrimeVideo "Veleno" si vedono una psicologa e una bambina la quale, dopo mesi di lontananza, è tornata nella città dove abitava prima di essere allontanata dalla famiglia. "Siamo passati anche per la piazza", dice la bimba. "E che effetto ti ha fatto vederla?", chiede la psicologa. "Un po' di emozione", continua la piccola, che alla domanda "sapresti dare un nome a questa emozione?" risponde: "Gioia". Ma nel video la psicologa insiste: "Forse c’è anche un’altra emozione insieme alla gioia? C’è un’altra emozione oppure no?". "No, solo un po' di gioia", è la prima risposta della piccola. Ma la donna continua: "Forse ci può essere anche un briciolo di sofferenza a tornare qui, può essere? Solo che per te è difficile dirlo. Forse sono anche accadute delle cose che ti fa soffrire ricordare". E a quel punto la bambina annuisce.

Nel corso dell'inchiesta giornalista, Trincia e Rafanelli erano riusciti a rintracciare Davide, il "bambino zero", che aveva dichiarato: "Io sinceramente non sono più sicuro di quello che è successo o non è successo. Poi molti psicologi cercano anche di farti dire quello che vogliono loro". E recentemente Davide ha confermato di aver raccontato episodi mai accaduti: "Non c'era nulla di vero, mi sono inventato tutto", ha rivelato a Repubblica qualche settimana fa. Il ragazzo ha raccontato che una volta, dopo uno dei rientri presso la famiglia biologica, era tornato molto triste. A qual punto, "la donna che poi diventò la mia mamma adottiva mi chiese se fossi stato maltrattato. Ha insistito tanto che alla fine le dissi di sì". Poi, dopo diversi colloqui, "mi chiesero di dire dei nomi e io inventai dei nomi a caso, su un foglio - racconta Davide - Per disperazione. Ho inventato che mio fratello aveva abusato di me, che c'erano delle persone che facevano dei riti satanici". Prima di lui anche altre due bambine avevano smentito gli abusi.

Ma se alcuni degli ex bambini hanno ritrattato le accuse mosse al tempo, sostenendo di essere stati indotti a fare racconti inverosimili e non corrispondenti alla realtà, molti altri confermano ancora oggi i terribili racconti fatti alla fine degli anni '90. E per far sentire la loro voce hanno fondato il comitato Voci Vere, che unisce ex bambini e componenti delle famiglie affidatarie, con lo scopo di ribattere nella bufera mediatica creatasi a seguito del podcast che ha riacceso i riflettori sulla vicenda. Il comitato, spiegano i membri, "si prefigge di promuovere nelle opportune sedi ogni utile iniziativa per tutelare gli interessi di coloro che furono giovani vittime di abusi sessuali e maltrattamenti subiti verso la fine degli anni ’90 nei territori della Bassa modenese".

Per farlo, molti di loro hanno deciso di partecipare al documentario di Amazon PrimeVideo, durante il quale hanno raccontato nuovamente di abusi, riti satanici nei cimiteri e omicidi: "Io dico che ce n'è una di verità - afferma Valeria Covezzi in un passaggio del documentario - bisogna solo avere il coraggio di accettarla".

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