Davanti al virus sfidiamo la paura

Il coronavirus ha fatto piombare l'Italia nella psicosi, facendoci chiudere tutti in casa. Giuste le misure di sicurezza, ma non la paura irrazionale. Come insegna l'antica Roma

Bimillenario della morte dell'imperatore Augusto, Ara Pacis a colori (LaPresse)
Bimillenario della morte dell'imperatore Augusto, Ara Pacis a colori (LaPresse)

Fragile: dalla radice "frangere", facile a rompersi. Ci siamo sentiti così, fragili appunto, non appena è esplosa l’emergenza coronavirus in Italia. Quella che sembrava una minaccia lontana si è trasferita da noi. Ha preso casa in mezzo a noi. Un nemico invisibile, il virus, ci ha colto alle spalle.

Basta vedere le immagini dei supermercati presi d'assalto per rendersene conto. Tutti si sono riversati nelle corsie dei supermarket con la speranza di arraffare qualcosa perché - non si sa mai - forse tutto il Paese verrà messo in quarantena. Blindato. Chiuso. Ci si dimenticava però che, così facendo, ci si esponeva al virus e, potenzialmente, gli si dava la possibilità di esplodere. Ma la massa quando ha paura fa così: smette di ragionare e si tuffa su tutto ciò che le permette di vivere senza rendersi conto che, così facendo, si getta nell'abisso.

Certo, la paura, anche solo per un secondo, ha toccato tutti. All'inizio non era chiaro quale fosse il reale pericolo del virus. È letale? Se sì, quanto? Chi colpisce? E, soprattutto, nel caso in cui dovessi prenderlo riuscirei a sopravvivere? Domande che tutti ci siamo posti in questi giorni, pensando magari ai nostri familiari o ai nostri amici più deboli.

Mi ha colpito una scena, mentre ero seduto su un treno in cui si trovava un caso sospetto (poi rivelatosi un falso allarme) di coronavirus: non appena la capotreno ha annunciato l'emergenza, la ragazza che si trovava di fronte a me è scoppiata a piangere, quasi le fosse stata letta una condanna a morte. Un pianto a dirotto sintomo di una paura sincera ma, soprattutto, di una resa totale davanti alla minaccia.

La stessa resa la si è vista passeggiando per le strade delle nostre città, non appena è scoppiato l'allarme. Nessuno o quasi osava aggirarsi per piazza Duomo a Milano. Taxi fermi, ristoranti e bar vuoti. Scuole in silenzio e bambini a casa. Tutto paralizzato dalla paura dell'ignoto, dall'incubo di ammalarsi.

Il coronavirus ci ha insegnato una cosa che avevamo dimenticato: che siamo fragili. Che basta un soffio di vento per farci crollare. Ma come reagire davanti a questa fragilità?

Plutarco attribuisce la frase "navigare necesse est, vivere non necesse" (navigare è necessario, vivere no) a Pompeo. I suoi uomini non vogliono solcare il mare per portare il grano a una Roma piegata dalla carestia. Hanno paura, le loro gambe tremano di fronte ai marosi. E questo nonostante la città abbia come progenitore Enea, scappato da Troia e giunto in Italia con un'imbarcazione. La storia di Roma è dunque sempre stata legata a doppio filo al mare, fino a quello che rappresenta uno snodo fondamentale del percorso verso l'impero: la guerra contro Cartagine.

I romani però continuano a bramare la calma della terraferma e, davanti al pericolo e all'ignoto del mare, cercano la tranquillità. Ma Pompeo, con quella frase, spiega che fare il proprio dovere vince sempre sulle difficoltà.

Che c'è un bene più grande – che possono essere per esempio la nostra famiglia, il nostro lavoro, il compito che ci viene affidato, in una parola: la nostra vocazione – per il quale bisogna andare avanti, sfidando le difficoltà e il coronavirus di turno. Che solcare il mare in continuo movimento è sempre meglio che fissarlo - immobili - dalla terra ferma.

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