Due anni nell'inferno di Conetta. L'ex base scoppia: 1.600 profughi

Minniti aveva annunciato un intervento, ma intanto il centro continua ad ammassare stranieri. Tra rissa e paura

Due anni nell'inferno di Conetta. L'ex base scoppia: 1.600 profughi

Conetta (Ve) - A due anni dall'insediamento dei primi migranti a Conetta cosa è cambiato? Niente. Anzi è pure peggio. Siamo entrati mercoledì nel campo di «accoglienza» per la terza volta e questa è stata la peggiore. L'aria comincia a farsi pesante non appena si arriva nell'ex base militare che da luglio 2015 ospita i migranti. Si era partiti con una cinquantina poi le cifre si sono quintuplicate. Ad aprile 2016 erano quasi 700, a settembre 900 e ora si raggiunge la quota dei 1.600.

Il ministro dell'Interno Marco Minniti a marzo scorso aveva detto che avrebbe fatto qualcosa ma tre mesi sono passati e ancora niente. Anzi, in questi giorni forse ne saranno trasferiti ben trenta. Il campo base di Conetta rimane un fazzoletto di terra dimenticato dal Governo ma non dalla cooperativa che lo gestisce, la Edeco, ex Ecofficina. Una cooperativa, la Ecofficina, già finita sotto inchiesta per truffa, falso e maltrattamenti, che negli ultimi anni è passata a fatturati con cifre a sette zeri. Appena si accede dentro la base la situazione è insostenibile. Caldo, afa, sudore che cola e la terra che rigurgita polvere. I migranti sono ammassati, grondanti, boccheggianti, alcuni girano a petto nudo, altri si riparano il capo con un asciugamano, altri urlano, confabulano in un miscuglio di lingue non comprensibile che crea solo tensione. Qualcuno comincia a dare in escandescenza, qualcun altro ha gli occhi rossi pieni di rabbia e sudore. Alcuni migranti sono lì da due anni. Due anni per avere i documenti e se qualcuno non ottiene la protezione fa ricorso, così i tempi si allungano. Appena si accede ai dormitori, sono dieci tende e in ognuna dormono in centinaia, si vedono letti ammassati, accatastati uno sopra l'altro, alcuni coperti da tavole di compensato. Alcuni bagni sono lerci, un untume acquitrinoso, in qualche doccia scorre un liquido giallognolo che si riversa sul pavimento. E poi la puzza. Un odore acre, ributtante che perfora il naso e difficilmente se ne va. I migranti ci accolgono nei dormitori con una protesta. Nei loro cartelli c'è scritto: «The population of Cona camp is too much» (A Cona siamo in troppi).

Una situazione ingestibile. Una convivenza impossibile soprattutto per gli scontri tra etnie e religioni. Per fare un menù che potesse andare bene per tutti ci sono voluti sei mesi. Sono quindici etnie diverse ed esattamente un anno fa in sei finirono in ospedale a Chioggia con le teste rotte e i volti sanguinanti. I nigeriani cristiani se la presero con i pachistani e gli afghani musulmani. Si colpirono come bestie, usando coltelli, asce, bastoni e spranghe. Tanta fu la paura dei residenti.

Un paesino di 197 anime, immerso nella totale campagna veneta, tra Venezia, Padova e Rovigo. Un paesino dove ancora la gente gira con i trattori, si spacca la schiena nei campi e innaffia i raccolti mentre a pochi metri si consuma l'assurdo della non accoglienza italiana.

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