"Un iceberg caduto dal cielo". Quella valanga che uccise 56 persone

Il 30 agosto 1965 una valanga di ghiaccio rase al suolo gli alloggi degli operai che stavano costruendo la diga di Mattmark (Svizzera). Tra le vittime ci furono 56 italiani

"Un iceberg caduto dal cielo". Quella valanga che uccise 56 persone

Ottantotto morti di cui 56 italiani. Fu il bilancio della tragedia di Mattmark, la più grande catastrofe naturale nel recente passato della Svizzera. Una valanga di ghiaccio travolse le baracche del cantiere di Mattmark, a Saas Fee, nel Canton Vallese, dove alloggiavano gli operai edili impegnati nella costruzione della diga omonima. Diciassette persone furono accusate di omicidio colposo salvo poi essere successivamente assolte con formula piena. La sentenza suscitò un grande clamore mediatico sia in Italia che all'estero, al punto da sollecitare una concitata mobilitazione sindacale e politica.

A cinquantasette anni dal tragico evento, resta ancora una domanda irrisolta: la catastrofe si poteva evitare?

La valanga di ghiaccio

"Un iceberg caduto dal cielo". Fu così che un superstite definì la copiosa valanga di ghiaccio (due milioni di metri cubi il peso stimato del blocco con anche i detriti) che si schiantò sugli alloggi di Mattmark mietendo morti e feriti. La catastrofe si verificò pressappoco alle ore 17.20 di lunedì 30 agosto 1965: un enorme pezzo del ghiacciaio Allalin, nella Valle di Staal, si staccò dalla massa restante precipitando in caduta libera su case, mezzi di lavoro e persone. Il bilancio dell'evento, dopo giorni di accertamenti e ricerche, fu drammatico: 88 morti (86 uomini e due donne), dei quali 56 italiani, 2 svizzeri, 4 spagnoli, 2 tedeschi, 2 austriaci e una persona senza fissa dimora. Ulteriori dettagli furono messi nero su bianco dalla direzione del Suva (l'Ente svizzero che si occupa di prevenzione, assicurazione e riabilitazione al lavoro): "37 non sposati, 51 sposati, di cui 41 con figli aventi diritto alla rendita". A costoro si aggiunsero 5 vedove e "una sposa in attesa". Il 1°settembre successivo, il quotidiano svizzero Le Nouvelliste pubblicò l'elenco completo di tutte le vittime: i nomi di una strage che fu presto dimenticata.

Le indagini

Subito dopo la catastrofe, le autorità locali si attivarono per accertare la dinamica dell'accaduto e valutare eventuali responsabilità. Nelle indagini furono coinvolti anche tre esperti geologi e glaciologi provenienti da Germania, Francia e Austria a cui fu affidato il compito di stilare un rapporto tecnico che fu ultimato nel 1968, tre anni dopo la tragedia. Nel 1971, diciassette persone vennero indagate con l'ipotesi di reato per omicidio colposo. Si trattò di alcuni funzionari della Elektro-Watt AG (la società che gestiva i lavori di costruzione della diga), ingegneri e imprenditori, impiegati del servizi sociali del Canton Vallese, un professore di glaciologia e due collaboratori del Suva, l'ente svizzero che si occupa di prevenzione, assicurazione e riabilitazione al lavoro. Al tribunale del circondario dell'Alto Vallese, riunitosi nel febbraio del 1972, il procuratore chiese di comminare multe e altre sanzioni pecuniarie ai presunti responsabili. A marzo dello stesso anno, però, il tribunale assolse tutti gli imputati. Nelle motivazioni della sentenza, un fascicolo di 82 pagine, i giudici scrissero che non poteva essere attribuita alcuna responsabilità agli imputati poiché una catastrofe di quella portata non era prevedibile.

Le reazioni

La sentenza suscitò un grande clamore mediatico e politico sia in Svizzera che in Italia. I sindacalisti s'indignarono ritenendo che i migranti fossero trattati "come lavoratori di secondo livello". A Ginevra centinaia di operai scesero in piazza chiedendo giustizia per le vittime di Mattmark e reclamando condizioni di lavoro più dignitose per gli operai. Le reazioni, e l'eco mediatico che ebbero la contestazioni, furono tali da sollecitare ricorso al tribunale cantonale di Sion. Ma anche nella seconda istanza i giudici confermarono l'assoluzione completa per tutti gli imputati. Il processo si concluse tra il 27 e il 29 settembre del 1972. Le parti civili furono condannate al pagamento di circa la metà delle spese processuali.

Il retroscena della tragedia

Nei giorni precedenti alla tragedia, alcuni operai che lavorarono alla costruzione della diga di Mattmark segnalarono il distacco di alcuni blocchi dal ghiacciaio di Allalin. Le segnalazioni, però, rimasero inascoltate. Perché? Come ben riporta il sito del Suva, al tempo si ipotizzò che la Elektro-Watt AG avesse rifiutato di prendere provvedimenti data la necessità di ultimare la diga prima dell'arrivo dell'inverno ed evitare il rischio di sanzioni penali. Ma non è tutto. Gli alloggi in cui vivevano gli operai erano stati costruiti lungo la linea di massima pendenza del ghiacciaio. Per quale motivo le autorità avevano concesso i permessi per costruire? Furono prese in considerazione le eventuali variazioni climatiche?

Secondo uno studio condotto dal alcuni ricercatori dell'università di Ginevra nel 2015, poi raccolte in un libro pubblicato in occasione del 50esimo anniversario della tragedia ("Mattmark 50 anni dopo. Un'analisi socio-storica", il titolo dell'opera) esistevano dei piani di emergenza che la Elektro-Watt AG "elaborava con cadenza annuale" ma interessavano solo le strade di accesso e non la zona delle baracche. A onor del vero, gli autori dell'approfondimento scrissero anche che gli operai del tempo "si adattavano a situazioni abitative pessime" rendendosi disponibili a lavorare anche con turni massacranti di 15/16 ore al giorno e con temperature fino a meno 30 gradi.

L'indagine condotta dai ricercatori svizzeri non fu l'unica a mettere in dubbio l'attendibilità del sentenze "presumibilmente errate" - si legge sul sito del Suva - del tribunale.

Il rapporto stilato dagli esperti nel 1968 potrebbe confutare una parte delle conclusioni a cui giunsero le autorità dell'epoca, almeno per quel che riguarda la prevedibilità della valanga di ghiacco. Gli atti sono ancora secretati ma quest'anno scadrà il termine di protezione dei 50 anni per gli incarti giudiziari del Canton Vallese. E allora, forse, si metterà la parola fine a questa tragica vicenda.

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