Occupazioni violente e minacce. Ma giudici salvano il collettivo

Il Comitato di Lotta gestiva gli espropri con la violenza. Le testimonianze, gli audio e i video non bastano: per il Tribunale non c'è reato

Occupazioni violente e minacce. Ma giudici salvano il collettivo

"Il fatto non sussiste" Quattro parole che cancellano quattri anni di processo. Una frase che si fa beffe di denunce, video, audio e testimonianze. A pronunciarle il tribunale di piazzale Clodio che assolve così ben 15 persone indagate per le minacce, le vessazioni, gli sgomberi forzati e le manifestazioni alle quali le famiglie, con tanto di bambini, anziani e malati, di Casale De Merode - occupato dal Comitato di Lotta per la Casa - dovevano prendere parte per non perdere il loro appartamento.

Le denunce

Per comprendere i fatti dobbiamo andare indietro di 13 anni. Siamo nel 2005, due palazzine via del Casale de Merode vengono occupate, pacificamente. Tutto cambia nel 2011 con i nuovi vertici del movimento del Comitato di Lotta. Negli atti si legge: "Il tutto aveva inizio allorché nel corso della festa organizzata sabato 16 giugno 2012 (un 19enne ndr) offendeva, rivolgendole frasi e simulando atti a carattere sessuale" verso la di Luca Fagiano, uno dei capi del movimento - spiegano da Il Tempo -. Insulti pronunciati da un ragazzino che fanno perdere la casa alla sua famiglia. E per farlo "avevano dato vita a una brutale aggressione ai suoi danni" precisano dall'accusa. Dalla denuncia datata 7 agosto 2012 è tutto più chiaro: "Circa 20 persone, tutte esterne all’immobile di via Casale de Merode, (aggredirono ndr) con calci e pugni tutta la famiglia". Sorte che coincide con quella di una donna (con tanto di nipotina) intervenuta per difendere la vittima. Ma per i giudici non emergono reati.

Eppure di vittime ce n’è sono. E sono per lo più donne. Il 22 giugno 2012, in una denuncia: "Questo gruppo di persone compie ogni tipo di vessazione e umiliazione nei confronti di moltissimi occupanti di questi alloggi, e con la minaccia costante di cacciarci dalle nostre abitazioni temporanee (...) Ieri sera si è svolta una riunione, una delle tante per altro nelle quali noi stranieri non abbiamo diritto di parola e nelle quali questo comando prende ogni decisione circa la permanenza o meno all’interno degli alloggi". E prosegue: "Alla fine della riunione una quindicina di persone si erano recate appunto presso l’abitazione (della vittima ndr) e lì ne era nata una colluttazione molto violenta, nella quale la donna era stata scaraventata in terra e tutti la tenevano e la tiravano, chi per i capelli, chi per la maglia". Il calcolo è facile: se parli sei un traditore e devi essere cacciato. Lo spiega una donna: "Sono stata additata come una sorta di traditrice per aver rifiutato di partecipare a questi sit-in". E ancora: "In caso di tre assenze ci sarebbe stato l’allontanamento dall’immobile". Le aggressioni generano fastidi e qualcuno aveva anche chiamato i carabinieri: "Sono stato considerato un infame e addirittura un confidente, sono stato espulso. Mi è stato detto che se passo con la macchina vicino al Casale mi verrà bruciata. Mi ripetevano che se mi spaccavano la testa al massimo andavano in galera un giorno o due e poi ritornavano, io invece sarei rimasto solo e senza casa, e poi mi facevano molto peggio".

I reati per la procura

Per i giudici però "il fatto non sussiste". Eppure la procura non la pensava così: "Con reiterate minacce del tipo 'pezzo di merda, sei una doppia faccia, domani al più presto te ne devi andare tu e le tue bambine altrimenti ti buttiamo fuori noi, trascinandoti fuori con il culo per terra!' nonché con l’ulteriore minaccia che le avrebbero messo la corrente elettrica nei rubinetti dell’acqua, compivano atti diretti in modo non equivoco a sgombrare una delle vittime, recita uno dei capi d’imputazione. Ancora: 'Devi stare zitta e andartene altrimenti ti prendiamo a schiaffi', si legge negli atti. Gli stessi che parlano di 'minacce di percosse': 'Infame morta di fame devi andartene altrimenti ti buttiamo fuori noi'". Insomma è evidente quanto accadesse nelle palazzine.

Per i giudici le sole parole delle vittime non bastano poiché "in occasione della materiale consumazione di tutti i fatti (...) nessun appartenente alle forze dell’ordine fosse presente". Nel 2014 però i carabinieri sedarono una rissa tra "tra alcuni componenti del comitato dell’occupazione e alcune famiglie di sud americani" ammettono poco dopo i giudici. In un'altra occasione sarebbe intervenuta un'ambulanza. Peccato che "non è stata messa a disposizione del tribunale alcuna prova". E le parte civili con tante di dichiarazioni non vengono reputate attendibili perché "portatrici di una specifica pretesa economica".

Ma la beffa è che chi ha denunciato viene accusato dallo Stato: "Godevano più o meno tutte di attività lavorative (...) si sarebbero potuti attivare" per trovare una sistemazione diversa. Nemmeno i video e gli audio vengono presi in considerazione perché le frase "non ce ne frega un cazzo di quello che è giusto o non è giusto, è finita la polemica, avete superato il limite e ringraziate Iddio che io non mi alzo e vi spacco la faccia... tu non parli più mo", non è reiterata per i giudice.

E ed è stata "pronunciata in un clima di lotta politica", perciò "non appare sufficiente ad intimidire". Ma l'audio - come spiega Il Tempo - è ampio ma non viene preso interamente. E allora: "Il fatto non sussiste".

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