Populisti sull'orlo del baratro

Il problema di molti movimenti populisti è che diventano membri dekke stessa élite che combattono

Populisti sull'orlo del baratro

Dura e grama è la vita del populista in politica. Al termine di un percorso tortuoso, movimentato e spesso fine a se stesso, i ventriloqui medi del popolo tornano sempre al punto di partenza. E per di più lo fanno stringendo un pugno di mosche e senza aver ottenuto neanche la minima parte di quanto sbandierato con fermezza nella loro personale campagna elettorale permanente.

Si scagliano contro le élite, pretendono di parlare in nome e per il popolo, provano una profonda sfiducia nei confronti delle istituzioni rappresentative e individuano un nemico contro cui scagliarsi, sia esso rappresentato dai migranti o piuttosto dai poteri forti di Bruxelles. Questi sono i populisti. I prodromi fanno ben sperare ma quando passa all'atto pratico, alla cosiddetta prova del nove, il populista medio rimane schiacciato dalle tante contraddizioni che incarna.

La mentalità populista va di moda, raccoglie numerosi consensi, scavalca la storica divisione dicotomica tra destra e sinistra e per questo motivo sempre più politici decidono di indossare il mantello populista sopra i loro abiti tradizionali.

Proprio come le stelle, la vita politica dei nostri populisti è scandita da un ciclo, una sorta di ritmo circadiano che li accomuna indipendentemente dal contesto politico e geografico in cui si trovano a operare.

Andata e ritorno: il ciclo di vita del populista medio

Nella prima fase il populista medio è un normale politico. Il più delle volte fa parte proprio di quella odiosa élite (non necessariamente legata al mondo politica) che nella seconda fase della sua evoluzione politica vorrebbe cancellare dalla faccia della terra.

A un certo punto scatta un cortocircuito che trasforma il nostro politico impeccabile in un tribuno del popolo. Inizia così la seconda fase, che coincide con la battaglia contro le anime corrotte, ancorate alle vecchie ideologie, attaccate alla poltrona e bramose di potere. È la fase migliore, perché il populista riesce a dare il meglio di sé solo in campagna elettorale: quando cioè può promettere di tutto senza paura di essere smentito. Insomma, parole e non fatti concreti.

Una volta sbancate le elezioni con il più clamoroso degli exploit, il populista medio sale al potere e promette di capovolgere il sistema politico ma il suo programma, approssimativo e ambiguo, si rivela pura fuffa. Siamo nella terza fase, e così non può continuare; lo capisce anche il nostro populista medio che, come il migliore dei camaleonti, è costretto a cambiare pelle per l'ennesima volta al fine di adattarsi a un nuovo contesto politico.

Arriviamo alla quarta e ultima fase. Il populista medio si trasforma in quello che il settimanale L'Espresso, relativamente al caso italiano, ha ribattezzato post-populista. Siamo di fronte a un neologismo all'apparenza complicato, ricercato ed elegante ma che indica niente meno che il fallimento politico dei populisti. È cosi che il populista medio, trovandosi a fare i conti con la realtà, nel bel mezzo del suo cammino politico, molla il lessico ruspante e colorito per riprendere l'aplomb che possedeva nella prima fase.

Il tribuno del popolo, dopo aver ingannato il

popolo e aver fatto perdere tempo a tutto il paese, torna a essere quello che era e che sempre sarà: un membro delle élite. Proprio come la maggior parte dei populisti in circolazione in Italia, in Europa e nel mondo intero.

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