Quell'allerta Usa ignorata: "Attenti ai fratelli kamikaze"

L’Fbi segnalò i nomi dei terroristi El Bakraoui cinque giorni prima dell’attacco

Quell'allerta Usa ignorata:  "Attenti ai fratelli kamikaze"

Bruxelles dormiva, Parigi sonnecchiava. E nemmeno un chiaro allarme arrivato dall’Fbi ne turbava il sonno. Il 16 marzo gli americani avevano passato agli olandesi l’allerta su un possibile attentato con tanto di nomi e cognomi, quelli dei fratelli El Bakraoui. Il giorno dopo l’allarme era stato girato anche ai belgi, che però l’avrebbero ignorato, pur conoscendo in anticipo l’identità di due degli attentatoriche avrebbero poi colpito cinque giorni dopo. La polizia belga ora nega di aver ricevuto la dritta, ma è solo l’ultima dimostrazione degli sconcertanti errori commessi dagli 007 belgi e da quelli d'Oltralpe. Il caso si aggiunge a un intero dossier passato al New York Times da una talpa francese. Una talpa decisa a denunciare l’inettitudine d’un antiterrorismo colpevole d'aver ignorato per due anni gli indizi che segnalavano come l’Isis fosse pronto a colpire Parigi e l’Europa. Ma non solo.

Stando al New York Times il dossier dimostra l’inadeguatezza dei servizi di sicurezza europei convinti che lo Stato Islamico si sarebbe limitato a catalizzare l’azione di singoli «lupi solitari» anziché pianificare attentati di vaste dimensioni. Una leggerezza gravissima che spinge i francesi a sottovalutare i segnali contrari. Il primo si materializza la notte del 3 gennaio 2014 quando la polizia greca ferma al confine turco Ibrahim Boudina, un 23enne francese reduce dalla Siria. Nella borsa del giovane jihadista già conosciuto dall’antiterrorismo di Parigi ci sono 1500 euro e un manuale per la preparazione di bombe. Parigi non ne richiede il fermo e lascia che rientri a Cannes dove lo arresta l’11 febbraio. Le perquisizioni del condominio in cui vive portano al ritrovamento di tre lattine di Tatp, potentissimo esplosivo artigianale che verrà utilizzato in seguito per colpire Parigi e Bruxelles. Un ritrovamento che segnala anche l’organizzazione dispiegata dal Califfato per raggiungere i suoi obbiettivi.

Quelle tre lattine piene d’esplosivo preparate da un jihadista appena rientrato dalla Siria non fanno però trillare alcun campanello d’allarme. La risposta resta nebulosa anche dopo il 24 maggio 2014 quando Mehdi Nemmouchi, un altro reduce della Siria d’origini francesi, attacca a colpi di kalashnikov il museo ebraico di Bruxelles. Nonostante possegga una bandiera dell’Isis e compaia in un video in cui rivendica la strage a nome del Califfato la procuratrice belga Ine Van Wimersch lo definisce un «lupo solitario». Con il senno di poi la svista più madornale è però quella di un antiterrorismofrancese capace d’ignorare per mesi l’importanza della telefonata di 24 minuti intercorsa prima della strage tra Nemmouche e Abdelhamid Abaaoud ovvero l’uomo che avrebbe poi pianificato e guidato gli attentati di Parigi. Seguendo quella telefonata i servizi francesi avrebbero scoperto che Abaaoud non era un semplice volontario della jihad, ma il responsabile per l'Europa della «unità per le operazioni esterne» dell’Isis.

All'inizio del 2015 ignorata anche la denuncia di Nicolas Moreau jihadista francese che descrive «Abaaoud come il principale responsabile degli attacchi in tutta Europa». Eppure nonostante tutto sia già scritto nessuno pare accorgersi di nulla. Almeno fino al 13 novembre scorso, quando gli ultimi dei 21 terroristi infiltrati in Europa da Abaaoud entrano in azione a Parigi.

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