Se Gerusalemme è soltanto araba l'Unesco non è dell'umanità

Se Gerusalemme è soltanto araba l'Unesco non è dell'umanità

I eri dopo la risoluzione del World Heritage Committee con cui l'Unesco ha dichiarato ancora la distruzione di Gerusalemme come luogo di nascita del monoteismo di Abramo regalandolo al solo retaggio musulmano, Netanyahu ha richiamato l'ambasciatore di Israele dall'organizzazione dell'Onu. È un segnale per tutto il mondo: è un sentito «basta» alla perversione internazionale che cancella la storia, sottrae col sotterfugio i diritti, rende buoni gli aggressori e aggredisce i buoni. È il segno della destrutturazione, della fine dell'organizzazione nata per proteggere la cultura mondiale e invece dedita a distruggerla. Il fallimento dell'Unesco è tale da farci pensare che sia arrivato il momento di sperare nella fine sua e delle sue organizzazioni sorelle, le molte altre agenzie dell'Onu, gonfie di funzionari, di corruzione, dominate da una lobby antisemita cui negli anni si sono aggiunti al blocco islamico con quello che era un tempo il blocco comunista e terzomondista, varie pavide nazioni europee. L'ambasciatrice Crystal Nix Hiness ha dichiarato che pensa si tratti di una risoluzione che creerà un incendio. Come se non mancassero nel mondo gli attentati in nome della Moschea di Al Aqsa.

Ma il tetto stavolta si è crepato sotto il peso eccessivo dell'antisemitismo facendo prevedere il crollo definitivo. Ieri mattina invece di parlare l'ambasciatore israeliano Carmel Shama Hacohen ha gettato nel cestino della spazzatura la risoluzione in cui il Monte del Tempio a Gerusalemme, cioè il cuore della storia ebraica, viene dichiarato solo islamico col nome di al Ahram al Sharif. La crepa si è mostrata al momento del voto: sulla scia delle dichiarazioni di Italia, Messico e Brasile, che tuttavia non partecipavano al voto perché non sono membri della commissione i palestinesi e i giordani avevano messo in guardia i 21 Stati membri della commissione: se la risoluzione non sarà accolta all'unanimità senza voto, bombarderemo l'Unesco di risoluzioni e «dovremo ritirarci da ogni linguaggio consensuale». L'hanno scritto in una lettera in cui chiedevano a tutte le delegazioni di comunicare il loro consenso già martedì pomeriggio. Ma i voti segreti a favore sono stati 11, astenuti 8, contrari 2 e 1, la Giamaica, assente. Se valessero gli astenuti, i contrari e gli assenti, l'antisemitismo dell'Unesco avrebbe perso. Il voto è segreto. Certo tutti gli Stati arabi più Vietnam e Cuba (vecchia alleanza sovietica!) hanno votato a favore, e fra gli europei la Polonia, la Finlandia, la Croazia e il Portogallo si sono astenuti.

Il resto si saprà nelle prossime ore. Intanto l'Italia ha dichiarato che la prossima volta voterà «no». Intanto, chi veramente si sente rassicurato o protetto da un'organizzazione come quella? Chi può pensare che salverà la sua storia, la sua tradizione, le sue piazze, i suoi pittori? I più di mille siti nelle sue liste oltre che delle immense distruzioni in Siria e in Irak, soffrono anche sul fronte della sistematica razzìa architettonica che distrugge i più bei paesaggi urbani: se ne lamenta con una lista di delusioni Oliver Wainwright sul Guardian britannico un anno fa, citando Londra e Dresda, ma anche la rinuncia a proteggere la natura, come è successo in Oman quando l'Unesco ha dovuto togliere un pregiato parco di antilopi dalla lista perché il governo gliene ha tolto il 90 per cento. Spesso per avere il timbro dell'Unesco, i Paesi si affrettano a restauri hollywoodiani e gonfiati, come accadde a Pechino con la Città Proibita mentre gli abitanti venivano cacciati dai quartieri circostanti per una sommaria risistemazione con bar e pub. Anche la Grande Muraglia ha subìto la stessa sorte, ne è rimasta ormai solo un terzo.

Le Cascate del Niagara sono punteggiate di alberghi e ristoranti, la città sacra di Angkor Wat in Cambogia ha ormai per periferia una specie di Las Vegas a Siem Reap... All'Italia, col patrimonio che abita ogni borgo e paesaggio, dovrebbe importare più che a tutti gli altri che lo scenario della cultura sia pulito.

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