Se il mostro non fosse il dottore

Il caso del femore rotto. Il medico arrestato: "Io un pioniere, non un mostro". Ecco cosa c'è davvero agli atti dell'inchiesta

Se il mostro non fosse il dottore

Una premessa d'obbligo. Non conosco Norberto Confalonieri, primario di ortopedia dell'ospedale Gaetano Pini di Milano arrestato la scorsa settimana con accuse gravi e infamanti. È che nella sua vicenda, riportata anche da noi con una certa rilevanza, c'è qualche cosa che non torna. Tutto il Paese si è giustamente indignato leggendo un'intercettazione telefonica scioccante che lo riguardava: «Ho rotto un femore a un'anziana per allenarmi». Oggi mi chiedo: davvero può essere che in uno dei più prestigiosi ospedali d'Italia si «rompa un femore» per allenamento? La cosa in effetti non risulta agli atti. C'è, sì, un'intercettazione nella quale, parlando con un'amica, Confalonieri dice: «Eh l'ho rotto... è come è andato... l'ho lasciato lì così perché... gli ho fatto la via d'accesso bikini... per allenarmi...». È evidente che la parola «allenamento» non è riferita a rompere femori ma a una tecnica («bikini»). Dai documenti risulta peraltro che il problema c'è stato, ma di una lievità tale che la paziente se l'è cavata con qualche giorno di riposo.

Può un professionista essere fatto passare per mostro e arrestato solo perché al telefono, dopo una giornata passata in camera operatoria, usa parlando con amici una parola, «allenamento», inadeguata al tema? Se la risposta fosse «sì», saremmo in presenza di un nuovo reato, quello di «parola inadeguata o sconveniente», dal quale in pochi ci salveremmo. Non certo noi giornalisti (basterebbe intercettare una riunione di redazione), non certo i magistrati (basti ricordare il «io quello lo sfascio» pronunciato da Di Pietro pm nei confronti di Berlusconi).

E allora mi chiedo: che bisogno c'era di divulgare un'intercettazione infamante facendo credere l'esistenza di un reato preciso (spezzare i femori) senza averne controllato prima la fondatezza? Non risulta neppure che il pm abbia chiesto consulenze scientifiche sulla «tecnica bikini» e sulle sue percentuali di successo.

Ci sono insomma i presupposti per temere che ci si trovi di fronte all'ennesima inchiesta mediatica, questa volta nel campo della sanità. A tal proposito, consiglio il libro Io, trafficante di virus, una storia di scienza e di amara giustizia (editore Rizzoli).

È scritto da Ilaria Capua, ricercatrice indagata per associazione a delinquere e poi completamente assolta. Invece che in galera, dove qualche pm voleva finisse, oggi dirige un centro di eccellenza in Florida. Come dire, a volte i cervelli fanno bene a fuggire.

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