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Mettiamola così, poco diplomaticamente: l'idea di costruire un centro politico, è politicamente cretina

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Mettiamola così, poco diplomaticamente: l'idea di costruire un centro politico, è politicamente cretina. Il «centro» della politica non è un luogo, non è un pigiama party o un apericena e neanche un gioco da tavolo in cui vince chi per primo ha occupato con i suoi pezzi di plastica un'area detta centro. In politica l'antico «centro» era l'amplissima area di consenso che non voleva saperne della sinistra comunista e della destra radicale. Era occupata prima di tutto dalla Democrazia cristiana con tutte le sue organizzazioni sindacali e sociali, poi da un Partito socialista finalmente disancorato dal pachiderma comunista che malgrado le promesse non uscì mai fuori dal guado. E naturalmente piccoli partiti di grande nobiltà come il repubblicano e il liberale. Una finta rivoluzione giustizialista li spazzò tutti via salvando soltanto i comunisti che avevano cambiato nome in fretta e furia.

Fu allora che nacque Forza Italia creata da Silvio Berlusconi per raccogliere le bandiere cadute nella polvere, dare voce a un elettorato allo sbando e impedire che l'ex Partito comunista si insediasse al potere senza aver mai completato una democratizzazione in senso liberale. Da allora quasi tutte le formazioni, movimenti e partitini sono caduti in pezzi: sono nati e poi morti. Abbiamo visto movimenti che ora si gonfiano, ora si sgonfiano come i Cinque Stelle ridotti in macerie. Ma la politica di una democrazia liberale garantista e fedele alla tradizione occidentale è rimasta per ora lì dove era: in quella stessa Forza Italia che si accinge a chiedere al suo elettorato di tornare dove abita la sua storia e una tradizione di valori che sono gli stessi dell'Italia rinata dalla disfatta.

Ma oggi, ecco che un nuovo gioco di società si diffonde tra i professionisti della «politica politicante». È un gioco di bricolage con cui si pretende di far uscire dal cappello un progetto vincente e genericamente «al centro». Mancando la visione, mancando la storia con le sue suggestioni di continuità, si assiste a riunioni concitate di persone che si accapigliano senza costruire granché come è accaduto ieri alla convention di «Italia al Centro» in cui il tema è stato stabilire se Carlo Calenda sia o no un «pariolino» come sostiene Clemente Mastella. E inevitabilmente le cronache registrano un fritto misto di luoghi comuni in un contenitore di esigenze varie ed eventuali.

Onestamente, anche se il laboratorio politico è il bello della democrazia, esperimenti del

genere non offrono la più pallida prospettiva di veder emergere un soggetto politico capace di camminare sulle proprie gambe e aspirare a una leadership che è come il coraggio manzoniano: se non ce l'hai, non te la puoi dare.

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