Chi non vuole cercare la destra di governo non potrà mai trovarla

Nel suo nuovo saggio Antonio Polito elenca i fallimenti, veri o presunti, dei conservatori italiani. Ma non ne coglie mai né l'anima né i meriti

Chi non vuole cercare la destra di governo non potrà mai trovarla

Il dolore per la destra mancante ha colpito anche Antonio Polito. Una malattia che si trasferisce dal paziente ai suoi osservatori e somiglia al dolore dell'arto fantasma. Prima di lui ne hanno sofferto in tanti, a partire dai tanti che hanno sempre rimpianto le destre morte o inesistenti per delegittimare quelle presenti. Polito, venuto dal Pci, da l'Unità e da la Repubblica, poi fondatore del Riformista, parlamentare della Margherita e ora arguto editorialista del Corriere della sera, ha pubblicato In fondo a destra. Cent'anni di fallimenti politici (ed. Rizzoli). Il pamphlet parte da una definizione inadeguata, una premessa infondata e una promessa tradita.

Ecco come definisce la destra: «destra è tutto ciò che non mette l'uguaglianza in cima alla scala dei valori di una società». Come dire che la destra si definisce solo per negazione, come il rovescio della sinistra. Una versione riduttiva che impoverisce la già carente definizione che ne dette Bobbio. La premessa infondata: «una destra di governo non è praticamente mai esistita dopo l'Unità, né col regime liberale precedente al fascismo né in quello democratico». Ora la storia dice esattamente il contrario: il primo capo del governo d'Italia fu un uomo di destra, un moderato, un conservatore liberale e si chiamava Cavour. E lo Stato italiano, le sue riforme cardinali, i suoi pareggi di bilancio e perfino le sue più importanti statalizzazioni furono fatti dalla Destra storica, da Minghetti a Sella, da Salandra a Sonnino. Certo, quella era una destra di notabili e non di popolo. Una destra di popolo è sorta sotto falso nome nella pancia di fenomeni non riconducibili alla destra: il fascismo, la Dc, Berlusconi. Una destra sommersa ha attraversato il fascismo e il postfascismo. Dentro il fascismo - che fu fenomeno trasversale e non riducibile alla destra - vi fu una destra di governo con personalità come Rocco e de' Stefani, Serpieri e Beneduce, il prefetto Mori e il ministro Crollalanza, e si potrebbe continuare. Nel postfascismo personalità di destra furono al governo con la Dc, che fu anch'essa un fenomeno trasversale, il cui centrismo fu spesso la somma di un'anima cattolico-conservatrice, moderata o sociale e un'anima democratico- progressista e antifascista. Furono di destra alcune eminenti personalità del mondo laico e liberale, e pure un paio di presidenti della repubblica. È mancato però un grande partito popolare schiettamente di destra o nazional-conservatore.
Ma il fallimento secolare, di cui parla Polito, vale ancor più per la sinistra. Nel Novecento italiano l'unica sinistra di governo all'altezza dei tempi fu quella craxiana. Molte sinistre di potere, anche locale, nessuna di governo.

Ma, dicevo, nel testo c'è anche una promessa non mantenuta. È quando Polito, dopo aver molto parlato di Berlusconi, assicura che nelle pagine seguenti farà come se non esistesse, per occuparsi invece della destra. E invece mezzo libro ruota ancora intorno a Berlusconi e dintorni. Anch'io non ritengo Berlusconi un leader di destra, e del resto lui stesso non si è mai definito tale: il suo è un populismo mediatico e trasversale, tra centrismo ed egocentrismo. Certo, Berlusconi è piaciuto alla destra che ha sempre avuto il culto del Capo, forse del Re; ma con lui il carisma del leader muta in seduzione. Berlusconi fu un'opportunità sprecata per la destra, che con lui andò al governo senza mai andare al potere e barattò la sua ammissione ai piani alti della politica con la sua storia, il suo carattere e la sua cultura. Nessuno si aspettava da Berlusconi che promuovesse i temi della destra, dal senso dello Stato al valore della tradizione, dal primato della comunità al principio della sovranità, dalla meritocrazia allo stile sobrio, fino al ruolo centrale dell'educazione civile e culturale. Se lo aspettavano, invece, dalla destra venuta da An. Che si appiattì e venne meno al suo compito per intrinseca inadeguatezza, a partire dal suo modestissimo leader, qui trattato con clemenza. Polito percorre poi la storia del Novecento. Tralascio i riferimenti storici, mi limito solo a notare che il tentativo di sdoganare la destra missina nel '52 non saltò nel nome della legge Scelba contro la ricostruzione del partito fascista perché, contrariamente a quel che scrive Polito, quella legge venne dopo, è dell'anno seguente.

Per tornare alla destra mancante, esiste un popolo di destra, forse maggioritario, certo assai diffuso e profondo, anche se a volte ripiega sui surrogati, i supplenti o si ritira nel non voto. Esiste pure una cultura della destra, nel senso di una mentalità diffusa, di una sensibilità, un'indole, che poi coincide con la tradizione di un popolo. Ed esiste nella storia del Novecento anche una cultura di destra e di nuova destra tra opere, autori, correnti, riviste e iniziative. Polito si limita a citare i pur rispettabili professori transitati da Forza Italia e ignora il resto. Dunque c'è un popolo di destra e c'è una cultura della destra. Quel che non esiste oggi in Italia è un leader di destra con un'adeguata classe politica. È inutile ripeterlo: è ormai rancida la categoria della destra; ma nella putrefazione generale perfino la «rancida» destra, se avesse rilevanza e cittadinanza, sarebbe una novità positiva. Sarebbe meglio per tutti, avversari e alleati.

Dopo l'analisi, la concisa conclusione di Polito è imperniata sul solito concetto: ci vorrebbe una destra normale, liberale, moderna, di stampo europeo. Che è poi la cosa che sentiamo ripetere tre volte al dì prima e dopo i pasti. Sarebbe facile, a questo punto, tornare a chiedere notizie della sinistra, del suo secolo di fallimenti e della sua incapacità di governare in Italia, trattando come traditore l'unico che l'ha fatto, il succitato Craxi. Sulla destra tralascio di ripetere discorsi già fatti, mi limito a dire solo una cosa. Anziché tornare al sogno dalemiano della destra normale e del Paese normale che ricorda torve normalizzazioni o astratti paradigmi calati da fuori e dall'alto, a cui la destra dovrebbe adeguarsi, non sarebbe meglio auspicare una destra reale, radicata nel Paese reale? Certo, sarebbe bello invocare le passioni ideali e civili di una destra nuova, fondata sull'amor patrio e il senso della tradizione.

Ma a questo punto mi accontenterei di vedere almeno una destra reale, concreta, terrestre, animata da un vivo senso della realtà. Sarebbe già grandioso avere una destra reale nel panorama desolante in cui siamo, dove il peggio accomuna le forze in campo. È ingiusto prendersela con un fantasma, per giunta quasi proibito.

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