"Ecco il mio romanzo libero sul canto triste degli schiavi"

Il famoso scrittore catalano conclude la sua trilogia sui perseguitati dalla Storia .Ne La regina scalza il dramma della tratta Cuba-Spagna. A ritmo di flamenco

Con La regina scalza (Longanesi) lo scrittore catalano Ildefonso Falcones prosegue una sorta di ideale trilogia dedicata ai perseguitati della storia. I protagonisti del suo primo romanzo storico La cattedrale del mare (2007) erano infatti stati servi della gleba e gli ebrei della Barcellona del XIV secolo, il successivo La mano di Fatima (2009) aveva quindi posato lo sguardo sulla cacciata dei Moriscos dalla Spagna nella seconda metà del '500. La regina scalza racconta invece la vita degli schiavi nelle piantagioni di zucchero a Cuba e contemporaneamente le persecuzioni contro i gitani che portarono alla Grande Retata di Spagna nel '700. Eroine principali sono l'ex schiava cubana Caridad e la giovane gitana Milagros che scopriranno avere entrambe una dote speciale per il canto e per il ballo e che riusciranno a sopravvivere grazie all'amicizia che le legherà per sempre.

Falcones, come è nato il libro?

«Sono partito da una mia passione personale per l'epoca della schiavitù a Cuba. È un periodo in cui erano ancora diffuse le piantagioni di canna da zucchero e lo zucchero veniva raffinato a mano a cavallo fra '700 e '800. Non c'era ancora alcun tipo di automatizzazione nella gestione di quelle coltivazioni ed è stato un periodo atroce per la schiavitù. Tutte le schiavitù sono state terribili ma le condizioni in cui vivevano gli uomini e le donne nelle piantagioni erano davvero infernali soprattutto nel periodo della raccolta».

Perché ha scelto di ambientare la storia in Spagna?

«Volevo ambientare la storia a Cuba ma per farlo avrei dovuto andare là a documentarmi e ho sospettato che la cosa non avrebbe fatto molto piacere a mia moglie. Inoltre avevo appena letto un romanzo di Isabel Allende, L'isola sotto il mare, che aveva delle atmosfere similari a quelle che volevo proporre io e quindi ho pensato che fosse meglio fare arrivare la mia eroina Caridad direttamente in Spagna, piuttosto che raccontarla nei suoi luoghi d'origine. Così naturalmente è accaduto l'incontro della mia eroina con la comunità gitana».

La musica ha un ruolo fondamentale nel libro.

«Sì, perché i neri sono stati i primi a intonare canti estremamente dolorosi. La musica era una forma di comunicazione speciale per gli schiavi. Usavano il canto per parlare con i loro dèi, per aiutarsi a sopportare il dolore mentre lavoravano, per protestare contro i loro padroni, ai quali non si potevano rivolgere direttamente le loro richieste. Cantare li aiutava a resistere e a non pensare».

Da dove nacque il flamenco?

«Dall'incredibile incontro fra i canti degli schiavi e le melodie dei gitani. Si tratta di una musica che nasce direttamente dal dolore. Un ritmo triste, nostalgico. La musica degli schiavi era basata soprattutto sugli strumenti a percussione, a partire dai tamburi, invece quella dei gitani aveva come strumento principale solista la chitarra. È curioso che le canzoni dei neri delle piantagioni fossero nate con una frequente ispirazione religiosa mentre i gitani fossero completamente atei».

Anche i canti dei deportati ebbero la loro importanza?

«Dentro alla tradizione del flamenco entrarono a far parte anche i canti dei galeotti che intonavano attaccati ai remi delle galee. Questi lamenti lunghi e profondi aprivano spesso i concerti che i gitani tenevano nelle case dei ricchi spagnoli che li invitavano alle loro feste. L'immagine del cantare fino a che il sangue non arriva a scorrere fra i denti e sulla lingua, torna spesso nel mio libro. Non l'ho inventata io ma fa parte proprio della tradizione del flamenco. La sofferenza portava gli uomini a cantare da soli o in pubblico e questo li faceva sentire liberi».

I gitani e i religiosi spagnoli avevano un rapporto singolare con il tabacco...

«I sacerdoti soprattutto dei monasteri erano fra i maggiori consumatori di tabacco da fiuto dell'epoca e per procurarselo intrapresero traffici illeciti utilizzando come corrieri e basisti proprio i gitani. Lo scopo di entrambi era di evitare le salatissime tasse governative reali sul tabacco, procurandoselo a prezzi più bassi.

Spesso la guardia reale fece ispezioni nei conventi alla ricerca di piantagioni segrete di tabacco. Il Papa emise una bolla speciale nella quale invitò i religiosi a non consumare tabacco da fiuto durante le funzioni. Cosa che all'epoca avveniva spesso».

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