"La gara a intestarsi i meriti è grottesca. Roma troppo arrendevole con New Delhi"

Il giornalista Toni Capuozzo ha seguito la vicenda dei marò dall'inizio: "Festa agrodolce, il caso non è ancora chiuso"

"La gara a intestarsi i meriti è grottesca. Roma troppo arrendevole con New Delhi"

«Sollievo sicuramente ma gioia no. Questa storia non è ancora finita». Toni Capuozzo, giornalista, scrittore e autore del volume Il segreto dei marò, ha seguito dall'inizio la vicenda di Latorre e Girone. Gli aspetti giudiziari e quelli umani di un calvario che dura da quattro anni e che, forse, arriva finalmente a una svolta.

Perché non si può festeggiare?

«È una festa agrodolce. Rimane il sollievo perché Girone rientra dai suoi cari e Latorre perde quella condizione di assurda semilibertà. Ma questi anni di vita buttati nessuno potrà restituirli ai nostri due soldati».

Quattro anni. Un'agonia.

«È molto triste constatare che non c'è nessun garantista che si senta turbato da quanto è successo. Sono passati quattro anni e altri due ne passeranno prima che si decida dove tenere il processo. Il primo diritto di ogni imputato, per qualsiasi reato, è quello di avere un giudice che lo giudichi. Ed attendere sei anni un giudizio, anche per i tempi biblici della nostra giustizia, dovrebbe turbare molto ogni garantista. Di qualsiasi appartenenza politica».

Intanto è subito partita la corsa a intestarsi i meriti...

«Una gara grottesca. Piuttosto vanno riconosciuti i meriti dell'India che è stata la prima ad aprire uno spiraglio al ritorno di Girone, dando corpo alle decisioni dell'Aia. Avrebbero potuto trascinare le cose molto più a lungo, invece si sono dimostrati seri, finalmente».

Qualche merito al governo in carica?

«Pochissimi. Di certo hanno fatto qualcosa in più dei due precedenti ma hanno perso almeno un anno puntando su un improbabile e ridicolo arbitrato. Anche loro non hanno voluto far irritare la controparte mantenendo un atteggiamento arrendevole».

E allora, a chi i meriti di questa svolta?

«Solo a Salvatore Girone e a Massimiliano Latorre. Alla loro caparbietà, pazienza, disciplina e senso dell'onore. Hanno tenuto duro, nonostante in questi anni ci siano stati silenzi, omissioni ed errori assurdi, da parte di tutti».

A partire dalla scelta del 2013 di farli rientrare in India dopo il permesso premio.

«Quella è la pietra miliare delle assurdità in questa storia. Rappresenta il monumento alla scelta italiana di non sbattersi per portare avanti l'innocenza dei due soldati ed accettare la giurisdizione indiana nel tentativo di far concludere tutto a tarallucci e vino. Potevano benissimo smontare le accuse indiane del tutto improbabili e ridicole, tanto che in tre anni e mezzo non hanno spiccato nessun capo d'imputazione».

Ma perché l'Italia non ha mai alzato la voce?

«Ci sono tanti elementi. C'è stata l'intenzione di coprire il caso, la strumentalizzazione politica, l'atteggiamento italiano di risolvere la cosa alla bell' e meglio, la scelta suicida di risarcire i familiari dei due pescatori uccisi assumendosi una responsabilità almeno morale senza senso. E poi, sicuramente, c'era la volontà di non rovinare i rapporti economici e di business con l'India».

Qualcuno li ha considerati colpevoli a prescindere?

«Come mai Napolitano e Mattarella li hanno ricevuti con tanto di tappeto rosso? Perché mai lo avrebbero fatto se avessero arrecato danno all'immagine del Paese? Lo hanno fatto solo perché sono innocenti e sono stati sacrificati a un interesse superiore».

Eppure non è ancora finita.

«Temo che Italia e India arriveranno ad un accordo extra giudiziale per archiviare la vicenda. Un processo sarebbe pericoloso per entrambi i Paesi».

Meglio evitare la verità vera?

«Con un processo serio emergerebbe la manipolazione delle prove da parte indiana e tutte le malefatte italiane.

Si scoprirebbe chi ha dato gli ordini, chi è stato zitto, chi ha manomesso la perizia balistica. Alla fine saranno solo loro due a volere un processo vero perché qualsiasi giudice in qualunque angolo del mondo, di fronte ai fatti e alle prove non potrà che riconoscerli innocenti».

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