Arcelor "spegne" l'Ilva produzione al collasso

Materie prime per un solo altoforno, pesano i debiti e i guasti. Sindacati a Meloni: "Quadro drammatico"

Arcelor "spegne" l'Ilva produzione al collasso
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Nuovo allarme produzione a Taranto. I continui rinvii e la mancata iniezione di liquidità da parte dei soci di Acciaierie d'Italia (Adi) Arcelor Mittal (62%) e Invitalia (38%) dopo l'indisponibilità del socio privato all'aumento di capitale stanno portando al collasso il sito siderurgico. Secondo fonti vicine all'azienda, le materie prime sarebbero sempre più scarse (sia per la impossibilità di investire e acquistarne in quantità maggiori, sia per la difficoltà a sbarcarle verso gli impianti per una serie di gravi guasti al sistema di nastri trasportatori dove la manutenzione è ferma), tanto da «valutare la possibilità di proseguire la produzione con un solo Altoforno, anziché i due attualmente in marcia». Un'ipotesi che l'ad Lucia Morselli (in foto) starebbe vagliando alla luce del fatto che già oggi i due forni si muovono a singhiozzo non producendo al 100% e consumando, per questo, ingenti e più onerose quantità di acciaio.

La drammatica situazione starebbe avendo già un impatto sulla produzione. «Ormai da Taranto esce quasi solo laminato a caldo», racconta una fonte spiegando che «sono pochissimi i prodotti finiti» . Numeri alla mano, quindi, già oggi i due impianti producono 6.500-7mila tonnellate di ghisa al giorno quando ne dovrebbero produrre 11mila. E le proiezioni sono ancora peggiori. «Al momento si stima per fine anno una produzione a 2,8 milioni di tonnellate, ben lontana dal target di 4 milioni indicato dall'ad e anche dai 3 milioni che si erano ipotizzati in un secondo momento», racconta a il Giornale un esperto del settore. E la situazione, con un solo altoforno potrebbe ulteriormente precipitare e portare la produzione di acciaio a fine anno a quota 2,2 milioni di tonnellate. Una totale debacle per il polo siderurgico dove la il rischio di spegnimento per «consunzione» ventilato dal presidente di Adi Franco Bernabè è quasi realtà. Le attenzioni sono tutte puntate per il nuovo incontro del 6 dicembre anche se c'è chi già scommette nell'ennesima fumata nera. Il dossier sembra essere nuovamente al palo, soprattutto nella «versione Fitto»: l'ipotesi di una cessione in toto ad Arcelor Mittal. E riprende piede l'ipotesi di una salita in maggioranza dello Stato. Ma nulla di ufficiale è sul tavolo.

Intanto i sindacati tornano ad appellarsi alla premier Giorgia Meloni.

«Il tempo che trascorrerà fino alla prossima riunione, prevista il 6 dicembre - spiegano le sigle sindacali - comporterà un ulteriore peggioramento del gruppo siderurgico, già al collasso per una gestione fallimentare, con deterioramento degli impianti, delle condizioni di sicurezza e della sofferenza di migliaia di famiglie sia dei lavoratori diretti, già duramente provate dagli ammortizzatori sociali da anni utilizzati per fare cassa e non consentire la risalita produttiva, che del mondo degli appalti e dei lavoratori di Ilva» in amministrazione straordinaria. «Vi chiediamo - concludono - di prevedere una convocazione urgente senza la quale annunciamo fin da ora una nostra autoconvocazione presso Palazzo Chigi».

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