Ex Ilva sempre più isolata, ora teme la liquidazione

Troppo distanti i soci per l'aumento da 1 miliardo. Si studiano le penali in caso di rottura con Arcelor

Ex Ilva sempre più isolata, ora teme la liquidazione
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Acciaierie d'Italia rompe con la Federazione di settore minacciando un'azione legale. Mentre sul futuro dell'ex Ilva è nebbia fitta, Invitalia e ArcelorMittal (azioniste di AdI al 38% e 62%) aggiungono un terzo fronte di scontro, oltre a quello in corso con i lavoratori e con le aziende dell'indotto. Una frattura importante con il sistema siderurgico italiano che, di fatto, ha isolato il polo siderurgico tarantino il cui destino, oggi più che mai, appare appeso a un filo molto sottile. Il commissariamento dell'azienda è infatti fermo sul tavolo. Dal governo non arriva alcuna smentita all'ipotesi di amministrazione straordinaria rivelata dal Giornale sei giorni fa. A esprimersi è stata solo Acciaierie d'Italia (si badi, oggetto e non soggetto del provvedimento) «rassicurando i propri dipendenti, fornitori, creditori e clienti sulla prosecuzione delle attività aziendali». Ma da allora comunicati sindacali, scioperi, appelli, manifestazioni varie sono seguite senza soluzione di continuità senza che qualcosa di concreto accadesse.

Gli azionisti di Acciaierie d'Italia non sono riusciti nemmeno a riunirsi in cda che, secondo alcune fonti, sarebbe stato convocato la scorsa settimana per poi, poche ore dopo, essere annullato. Tutto è drammaticamente fermo. E la distanza tra le parti, che si fa ogni giorno più grande, come l'isolamento di Taranto, avrebbe un solo epilogo: la liquidazione dell'azienda.

Secondo fonti di governo, in un primo tempo ci sarebbe stata l'ipotesi dell'amministrazione straordinaria (con il coinvolgimento in un secondo tempo di una possibile cordata alternativa a cui stava lavorando il ministro delle Imprese Adolfo Urso), ma ora ci sarebbe addirittura un dossier che prevede la nomina di un commissario liquidatore. Ovvero, di un traghettatore verso la chiusura del siderurgico di Taranto così come lo conosciamo. Una estrema ratio che sarebbe la diretta conseguenza della distanza che separa i soci, ormai indisponibili a impegnarsi finanziariamente. Ma anche frutto di un accordo malfatto siglato in occasione del secondo impegno di ArcelorMittal a Taranto e che renderebbe oneroso per il governo far scattare l'amministrazione straordinaria prima di aver studiato al meglio le carte onde evitare di incorrere in pesantissime penali. Per fare un parallelismo, è un po' quello che sarebbe successo nel 2019 se il governo avesse revocato come da più parti evocato - la concessione del Ponte Morandi al Gruppo Atlantia.

Insomma, il governo starebbe studiando come arrivare al capolinea col minor danno possibile. Ma le prime ipotesi, quelle meno cruente, sarebbero via via sfumate in queste settimane, di fronte al muro contro muro dei soci. Liquidare l'ex Ilva potrebbe sembrare una follia, ma la società dispone di asset che potrebbero consentire una liquidazione controllata con meno sofferenze per i numerosi creditori. Nel bilancio 2022 della società AdI Servizi Marittimi srl, società di shipping del gruppo, è scritto ad esempio che il gruppo dispone di una flotta di 13 unità battenti bandiera italiana. Asset sicuramente strategici e liquidabili.

D'altra parte, il futuro (non solo di Taranto) è davvero poco roseo. ArcelorMittal Hamburg ieri ha deciso ieri, nella sua sede tedesca, una fermata della produzione di cinque settimane (dal 27 ottobre al 12 novembre e dal 14 dicembre al 31). E il sito produce Dri, ovvero l'acciaio green a cui si vorrebbe arrivare a Taranto con il nuovo piano industriale. Tra i motivi dello stop tedesco l'azienda ha dichiarato «una debole domanda di acciaio in Germania, in particolare nelle costruzioni, e costi dell'elettricità costantemente elevati».

Insomma, che la domanda di acciaio in Europa sia in netto calo non è un mistero.

Soprattutto per ArcelorMittal che è presente anche in Spagna e Francia, e che - con Acciaierie d'Italia - fa parte, oltre che di Federacciai, anche di Eurofer (l'associazione dei produttori di acciaio europei). Insomma, senza una serie di investimenti a dodici zeri il destino del grande complesso di taranto è segnato. Lo sa il governo, lo sanno i suoi azionisti.

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