La profezia della curva "invertita" e l'incubo recessione

I rendimenti sul breve periodo superano quelli a lungo termine e alcuni analisti parlano di recessione. Cosa c’è di vero

La profezia della curva "invertita" e l'incubo recessione

La curva dei titoli di Stato americani è invertita, ovvero rendono più sul breve che sul lungo periodo. Si tratta di una fase dei mercati che spaventa sempre quando si verifica e, anche in questa occasione, gli analisti prevedono scenari cupi che associano alla recessione. I precedenti non sempre danno loro torto Cos’è la curva dei rendimenti invertiti È una situazione nella quale i rendimenti dei titoli sul lungo periodo (di norma dieci anni) sono inferiori a quelli sul breve termine (in genere due anni). Questo porta la curva dei rendimenti ad assumere un’inclinazione negativa e quindi contraria a ciò che legittimamente ci si possa aspettare. Un comportamento che, nei decenni passati, ha realmente spalancato le porte della recessione sull’economia americana. Da cosa scaturisce Quando una Banca centrale interviene, in questo caso la Federal Reserve, alzando i tassi di interesse per frenare l’inflazione (a maggio, negli Usa, ha toccato l’8,6%) si rischia di instaurare un circolo vizioso che potrebbe portare alla recessione, momento in cui la Banca centrale provvederà a tagliare i tassi. La Federal Reserve ha alzato il costo del denaro di 75 punti base (0,75%) facendo segnare così l’aumento più corposo dal 1994. Le previsioni di alzare i tassi di 50 punti base non sono state rispettate proprio a causa dell’inflazione galoppante. Cosa dicono gli analisti Sono spaccati in due. C’è chi stima un rendimento sul breve periodo in crescita (anche oltre il 3%) entro la fine del 2023 e poi un progressivo calo al 2,7 nei 24 mesi a seguire. Questo già indica che, almeno in questo caso, parlare di recessione è fuori luogo. Se i mercati temessero una recessione, questi tassi di remunerazione dovrebbero avvicinarsi allo zero, come successo nel 2009 e nel 2020. Goldman Sachs è ottimista e stima per il prossimo anno un rischio recessione tra il 20 e il 35%. Le borse sembrano essere d’accordo, tant’è che il Nasdaq sta segnando una giornata al rialzo e soltanto nelle ultime ore l’indice Dow Jones riporta cifre negative (-0,62% mentre scriviamo). I rischi e le obiezioni L’inflazione è in forte aumento, la fiducia dei consumatori è crollata e le stime del Pil sono state ridimensionate al di sotto del 2%. A questi indicatori di rischio vanno contrapposti dei paletti meno isterici. Nel 2020 la crisi americana è stata fortemente viziata dal Covid e non è stata probabilmente conseguenza della lieve flessione della curva dell’anno precedente.

Addebitare le difficoltà del 2009 a qualcosa di diverso dalle bolle speculative sul credito può essere corretto ma assai illogico. Il tempo darà risposte più esaustive, considerando che le recessioni seguono di norma 24 mesi le inversioni delle curve.

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