Dalla foresta Umbra agli abeti per gli stradivari, quanto pesa quella storia

Oggi in Italia ad essere sfruttati per attività produttive sono, in maggioranza, boschi cedui, che si rigenerano ad ogni taglio o fustaie di grandi conifere che richiedono tempi più lunghi

Dalla foresta Umbra agli abeti per gli stradivari, quanto pesa quella storia

Oggi in Italia ad essere sfruttati per attività produttive sono, in maggioranza, boschi cedui, che si rigenerano ad ogni taglio o fustaie di grandi conifere che richiedono tempi più lunghi. Lo sapevano bene i monaci, benedettini prima, camaldolesi poi: dissodatori, bonificatori, il loro concetto, anche pragmatico, di sostenibilità ambientale ante litteram ha fatto scuola. Alle foreste Casentinesi, oggi riserva nazionale, pensarono invece i francescani. San Francesco deve molta della sua mistica a questi luoghi, fra i boschi di La Verna e Gubbio. Senza scomodare la simbologia della Selva oscura di Dante, ma restando alla «letteratura dei boschi», anche Macbeth comprese troppo tardi la profezia sulla foresta di Birman che «marciò» davvero contro di lui, sotto forma di soldati travisati da frasche e rami. E che dire di Sherwood dove si sono scritte pagine di (in)giustizia: Robin Hood fu tante cose, ma di sicuro fu forestiero. Arrivava, cioè, dalla foresta e, quindi, portava guai.

Letteratura che vai, paese e leggende che trovi. In Italia non ci sono solo boschi che tornano di moda, ma anche quelli che lo sono sempre stati: gli abeti di risonanza, che punteggiano Paneveggio e altri scampoli delle valli di Fiemme, Comelico e il Tarvisiano, sono gli stessi ricercati da Stradivari nel Settecento, cui ancora oggi i liutai si affidano, battendo col dito sul tronco, per udirne l'eco che poi meglio esalterà i virtuosismi dei musicisti. Colpito, pur parzialmente, anche da Vaia, la Picea excelsa fissilis è un (abete) «rosso» che invecchia e migliora col tempo.

Il tempo, appunto. Che a volte sembra non scorrere: alcuni trend moderni, dall'abbraccio agli alberi al forest bathing - altro non è che una moderna versione di salutare immersione fra le piante sono la testimonianza di come certe care vecchie abitudini, siano la soluzione ai problemi sempre verdi della modernità. Stress, tensioni: «Potrei sopravvivere alla scomparsa di tutte le cattedrali del mondo, non a quella del bosco che vedo dalla mia finestra», scriveva Ermanno Olmi. Cognomen, omen. In Lombardia, ci sono i Bagni di Masino, regno del brusco Gigiat: saggio sì, ma sbrigativo con gli alpinisti di cui pare fosse ghiotto, forse per questo faggi ed abeti della foresta dove abitava, sono stati risparmiati, diventando una delle prime aree protette del Paese.

È parco nazionale, custodisce una delle più grandi varietà europee di latifoglie e si chiama Umbra: eppure sta nel Gargano la foresta che più ricorda il legame con le nostre «ombre» latine per cui «umbro» indica un luogo scuro, al contrario di «lucus», che identifica il bosco sacro, dove ci si aspetterebbe che filtri almeno la luce divina.

Non sacro, ma caro alle ferie di Francesco Cossiga, è il bellunese pian del Cansiglio che, con Alpago e quel che oggi si chiama riserva orientata di Somadida, rifornì per secoli la Serenissima di legnami pregiati. Se esiste Venezia lo si deve, anche, a questi boschi.

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