Giovanni Calvino il riformatore «rivoluzionario»

Calvino 500. È uno di quei compleanni che lasciano il segno. Indelebile. Una specie di «carico da 11» della società. Almeno di quella occidentale. Sì, perché se il riformatore religioso (il massimo, con Lutero) nato a Noyon, in Piccardia (Francia), il 10 luglio 1509, fosse oggi tra noi, compirebbe 500 anni. L'attualità dell’umanista e teologo (Jehan Cauvin nella lingua madre) è di un'evidenza folgorante e sfolgorante. La nostra civiltà, nella sua pratica quotidianità come nei principi fondanti e fondamentali, è infatti intrisa della sua presenza. «L'influenza della sua predicazione e della sua teologia - ha scritto lo storico e teologo Giorgio Tourn - si è estesa ben oltre l'ambito della comunità religiosa, ispirando le generazioni successive nella creazione di una società moderna, fondata sulla responsabilità dei cittadini». Purtroppo l'Italia, nella sua proverbiale arretratezza, non ha mai saputo coglierne il significato profondo. Trascurando, dimenticando o volutamente e colpevolmente denigrando Calvino fin dai tempi della Controriforma, la cultura italiana ha perso la storica e decisiva occasione di confrontarsi con un pensiero non solo stimolante, ma anche determinante per il progresso dell'Occidente e l'affermazione di quei principi liberali che sono il fondamento naturale e imprescindibile di una società e civiltà davvero laiciste. L'occasione di un serio ripensamento - in fondo, non è mai troppo tardi - ci è offerta proprio oggi, qui a Milano (non a caso la città italiana più vicina per cultura e tradizione al pensiero sociale calviniano) dal convegno dal titolo: «Giovanni Calvino (1509-1564): la città e il capitale». Un'intera giornata di studio e confronto, in occasione del V centenario della nascita del riformatore di Ginevra (città che consacrò la sua fama), organizzato dal Centro culturale protestante, con il patrocinio del Consolato svizzero e della Società svizzera di Milano. I lavori si svolgeranno, dalle 10 alle 18, presso la libreria Claudiana di via Francesco Sforza 12/a. Inoltre, sarà possibile visitare fino a sabato 21 una mostra dal titolo: «Giovanni Calvino: un progetto di società» (info: www.protestantiamilano.it). Attraverso i contributi di studiosi del calibro di Mario Miegge, Università di Ferrara; Martin Walraff, Università di Basilea; Janique Perrin, pastora valdese a Bergamo; Alessandro Cavalli, Università di Pavia; Alberto Bondolfi, Università di Losanna, il convegno affronterà due aspetti importanti e controversi dell'opera di Calvino: l'organizzazione sociale e amministrativa della città del Lemano, e il ruolo che il pensiero dell’autore dell’Istituzione della religione cristiana e i successivi sviluppi hanno avuto nella formazione della civiltà europea. Ma merito degli organizzatori è soprattutto quello di soffermarsi sull'aspetto forse più rivoluzionario e dirompente del pensiero calviniano, diventato poi motore e veicolo della società occidentale - anglosassone e statunitense in primis - come noi la viviamo e vediamo. Cioè le influenze del nuovo valore attribuito da Calvino alla «vocazione» personale non solo sulla teologia ma anche sulla vita economica, lavorativa e socio-culturale della comunità, nonché su aspetti della società quali la concezione della ricchezza, dei diritti civili, delle scienze naturali.

Del resto, paradossalmente, la grandezza dell'uomo e del suo pensiero è dimostrata proprio dai pervicaci tentativi di distruggerlo che attraverso i secoli si sono reiterati. Poco prima di morire, nel discorso d’addio ai ministri di Ginevra, lo aveva previsto: «Nulla ho scritto per odio contro qualcuno, ma ho sempre proposto fedelmente ciò che ho creduto potesse servire alla gloria di Dio».

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