I futuristi odiano le critiche e querelano chi le fa

Da almeno sei mesi sono ospiti fissi in tutte le trasmissioni televisive. Contro di loro neppure lo zapping ha la minima probabilità di successo: dribbli Bocchino e ti schianti su Granata, fuggi dalla padella Urso e caschi nella brace Briguglio, oscuri Dalla Vedova e per punizione ti tocca sorbirti Barbareschi, dici basta alla Perina e subito ti rimbombano nelle orecchie gli strilli della Napoli. L’ospitata del finiano è ormai diventata un format: più gettonato del Grande Fratello o di X Factor. E non va meglio sulla carta stampata: avere in pagina l’intervista a uno dei seguaci del presidente della Camera pare essere la condizione indispensabile per mettere in moto le rotative ed affacciarsi in edicola.

Insomma, non li si direbbe proprio dei tipini gelosi della propria privacy e restii a mettersi in mostra. Eppure, non appena un quotidiano, Libero, ha pubblicato i loro nomi e le loro foto tutti insieme, sono andati in tilt. Avevamo capito che le liste gli piacessero: quelle di Fazio e Saviano sono state consacrate in diretta dal loro stesso leader. In questo caso, invece, hanno parlato di liste di proscrizione, hanno gridato al manganello mediatico, si sono stracciati le vesti per il clima d’odio che si andava creando (suppongo in contrapposizione a quel clima di amore e tolleranza verso Berlusconi, ex colonnelli di An e giornali di area centrodestra da loro alimentato negli ultimi tempi). Ieri tutto questo allarme sociale è sfociato in una decisione da veri difensori della libertà di stampa: una bella «class action», ovvero una querela collettiva con il chiaro intento di ottenere, grazie a qualche magistrato compiacente non particolarmente difficile da trovare, un risarcimento danni talmente elevato da costringere di fatto il quotidiano alla chiusura.

Il danno patito? «Abbiamo le caselle di posta elettronica intasate dagli insulti e dalle minacce degli elettori che ci rimproverano il voltafaccia nei confronti del governo». Già, perché Libero, accanto alle foto degli aspiranti ribaltonisti, ha pubblicato anche il loro indirizzo e-mail. Attenzione: non quello privato, ma quello della Camera, quello pagato con i soldi nostri, quello che loro stessi - se davvero volessero essere al servizio degli italiani come millantano da tutti gli schermi tv - dovrebbero essere orgogliosi di pubblicizzare, per ricevere suggerimenti e critiche, in modo da svolgere al meglio il lavoro per il quale sono profumatamente retribuiti. E questo era l’intento del giornale: scrivete loro che cosa pensate del tradimento politico che stanno compiendo ai danni di chi gli ha dato i voti.
Ma questi accettano solo elogi. Il dissenso, di cui si sono fatti portabandiera quando era il momento di impugnarlo contro il Cavaliere, se si esercita nei loro confronti li disturba. Di più: li atterrisce. Barbareschi inizialmente aveva fatto il ganassa: «Dite a Belpietro che ha sbagliato qualcosa, ho ricevuto centinaia di e-mail di sostegno». Poi, quando sono arrivate anche quelle di biasimo, ha preso cappello come tutti i suoi sodali. E via con la querela. Per zittire.

Per non sentire quello che il Paese pensa della loro operazione di Palazzo, delle loro trame da corridoio del potere. In un delirio autoreferenziale che a questo punto può avere una sola cura: un salutare bagno elettorale.

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