Primarie, duello tv Renzi-Bersani. Vince il rottamatore

Nel primo e unico confronto televisivo tra Bersani e Renzi, il sindaco di Firenze si mostra più sciolto, diretto, incisivo e ribatte sempre a tono al segretario democratico

Primarie, duello tv Renzi-Bersani. Vince il rottamatore

La rottamazione è compiuta. Almeno televisivamente. Nel primo faccia a faccia tra i due sfidanti alle primarie del centrosinistra, Matteo Renzi ha spento Pier Luigi Bersani. E lo ha fatto senza usare toni aggressivi, senza ricorrere ad attacchi virulenti. È come se avesse schiacciato il tasto mute del telecomando. La conferma arriva anche da un instant poll realizzato dalla Stampa e dal quale il rottamatore ha raccolto il 49% contro il 38% di Bersani (senza contare che il 15% ha dichiarato che potrebbe aver cambiato idea su chi votare).

In un dibattito civile, a tratti fin troppo composto, il sindaco di Firenze ha innalzato lo spread tra lui e il segretario democratico. Non tanto per le proposte, ché saranno oggetto di disamina da parte degli elettori, quanto piuttosto per la divulgazione delle stesse. La differenza tra i duellanti l'ha fatta la prontezza nelle ribattute, l'immediatezza nei discorsi, la capacità di parlare direttamente ai telespettatori. Senza filtri. Senza tentennamenti. In tutto questo, Renzi è stato più bravo.

E lo si è visto sin dall'inizio. Pronti, via. Si parte con le risposte alla crisi economica. E il rottamatore comincia subito col botto, promettendo "100 euro netti al mese in più a chi guadagna meno di 2000 euro per le prossime tredici mensilità". Demogagia? Forse. Ma il divario col più cauto Bersani che non promette venti miliardi l'anno prossimo ma pensa si debba fare qualcosa, non è roba da poco. Chi ben comincia è a metà dell'opera, si dice. E Bersani parte male.

La forza, e probabilmente, il vantaggio di Renzi stanno nel suo ruolo. Lui che dall'interno lotta contro lo stesso interno per aprirsi al nuovo può permettersi attacchi ai dirigenti del suo stesso partito facendoli passare a volte per encomiabili mea culpa.

Come quando, parlando della lotta all'evasione fiscale, parla di "responsabilità" che "abbiamo anche noi del centrosinistra" perché "noi in questi anni ce la siamo presa con i piccoli senza andare a prendere i grossi. Non siamo stati all’altezza".

Utilizzare il "noi" quando si tratta di fare autocritica e il "loro" (o il "voi") quando si tratta di marcare le differenze: ecco la strategia renziana. Quel "voi" arriva quando si parla di Equitalia, primo oggetto di scontro del dibattito televisivo.

Renzi accusa il segretario Pd di aver creato le condizioni, quando era ministro, per una Agenzia particolarmente aggressiva. Bersani ribatte che "Equitalia non l’abbiamo inventata noi", ma la replica di Renzi è lì che aspetta di essere sciorinata: "Sei stato 2.547 giorni al governo e dico questo perché è necessario fare un passo avanti". "Nessuno è perfetto", ha chiosato mestamente il segretario.

Che poi ha dovuto soccombere ancora sul tema della politica estera. Bersani non ricorda che la road map prevede il ritiro delle truppe nel 2014 e propone un ritiro nel 2013. E poi si avventura in una promessa quanto meno azzardata: l'eliminazione degli F35 perché "con questa crisi non ci sembra il caso". Renzi mette all'angolo il segretario in entrambe le questioni, invitandolo a non fare demagogia.

Stessa débâcle per Bersani in merito alla politica industriale. Renzi ritorna all'autocritico "noi": "Non voglio fare il gianburrasca di turno, ma sono convinto che i governi di centrosinistra non hanno fatto tutto bene sulla politica industriale. Abbiamo qualcosa da farci perdonare".

Ma è sull'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e sull'eliminazione dei privilegi della casta politica che la partita si fa dura. Per corrobare la sua tesi, secondo la quale abolendo i finanziamenti pubblici soltanto i ricchi farebbero politica, il segretario democratico cita Clistene e Pericle, nella cui "culla della democrazia, decisero che la politica prendeva un sostegno pubblico che la differenziava dalla tirannide".

Difficile pensare che Renzi non cogliesse un assist così facile. E infatti la risposta è stata caustica: "Ho rispetto per Bersani, ma passare da Pericle a Fiorito... Se i cittadini dicono no al finanziamento e inventiamo una legge che raddoppia le spese perdiamo credibilità". La differenza sta nella prontezza, appunto. Nel duello tv Bersani non ha la stessa immediatezza e la stessa incisività nel ribattere a Renzi. E quando viene incalzato da quest'ultimo, al massimo sbuffa o si mette a ridere per il nervosismo.

Un sussulto, il leader del Pd lo ha quando si parla della riforma delle pensioni e quando Renzi critica lo scaglione introdotto nel 2007, "una riforma che è costata 9 miliardi e che abbiamo fatto per dare soddisfazione alla sinistra radicale". Qui, la replica di Bersani è incisiva, seppur pacata e quasi paternalistica: "Matteo, bisogna che tu approfondisca questo tema...".

Il rispetto, però, quello non è mai mancato. E va riconosciuto ai due contendenti il merito di aver dato vita a un dibattito civile. Detto questo, però, nel giudizio finale la bilancia propende più per Renzi. Sciolto, sorridente, furbescamente politically correct, ha risposto alle domande senza mai scomporsi, nonostante si trovasse in una situazione di svantaggio.

Dal canto suo, Bersani è stato il Bersani di sempre: esageratamente calmo, poco incisivo, forse crogiolato dalla sicumera di una vittoria al ballottaggio. Che molto probabilmente si verificherà. Ma, almeno stasera, la rottamazione di Renzi ha avuto la meglio.

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