Renzi raduna i fedelissimi per fermare i sabotatori

Nel partito democratico è faida: "Questi non si sono resi conto di chi hanno di fronte". Bersani sul premier: "E' solo un nominatore". La replica: "Parla proprio lui..."

Renzi raduna i fedelissimi per fermare i sabotatori

Il fatto è, sussurra un renziano della primissima ora, «che questi qui non si sono ancora resi conto di chi hanno di fronte». Una traccia che trascende nella psico-antropologia nell'analisi di Carlo Freccero, gran conoscitore della comunicazione, delle sue tecniche e dei suoi personaggi: «Renzi è cattivo, cattivissimo. Molto più cattivo di Berlusconi, lui vuole il potere per il potere e non è corruttibile né col sesso né con i soldi». Vedendola ancor più da vicino, da una parte in causa, è altrettanto significativa la versione di Corradino Mineo, il primo degli asfaltati sulla strada delle riforme secondo Matteo. «La generazione Telemaco non fa prigionieri. Questi “democratici”, Bersani, Orfini e forse anche D'Alema e Barca, secondo cui il cuore della “ditta” batterebbe ancora con loro, temo non abbiano compreso cosa sia e cosa sarà il costruendo Partito della Nazione. Temo che le artiglierie dell'ex maggioranza Pd siano inutilizzabili: le polveri sono ormai bagnate», è l'amara presa d'atto.

La tela del Ragno è un'arma letale: ti imprigiona sospendendoti nel vuoto, quando sei ai minimi termini ti paralizza con la minima dose di veleno sufficiente. L'altro pomeriggio, subito dopo la cerimonia d'inizio del Semestre europeo, il premier italiano si è dedicato con i fidati Lorenzo Guerini, Luca Lotti e Maria Elena Boschi ai cosiddetti affari «interni». Per rialzare la cresta, la fronda del Pd era ricorsa al suo leader più autorevole, Pier Luigi Bersani: due messaggi assai sgarbati, uno sull'inutilità della «guerra alla Germania», l'altro sugli errori marchiani delle riforme, che «li capirebbe anche un bambino». Non si può dire che abbiano rovinato la festa a Renzi, ma di sicuro il segretario non ha gradito. Specie quel soprannome «Nominatore» affibbiatogli dall'ex segretario («Parla proprio lui», la reazione). D'altronde aveva biasimato già un paio di giorni fa «questa opposizione interna che aspetta che io vada fuori dall'Italia per attaccarmi». Ma l'altro pomeriggio pare che Matteo forse arrabbiato anche un po' di più, al punto da rivolgere parole di fuoco verso «chi rema contro», arrivando a definirli «sabotatori». Termine che avrebbe intenzione di utilizzare martedì all'assemblea congiunta dei parlamentari del Pd, tanto per far capire l'aria che tira. Il giorno dopo il ddl Boschi sull'abolizione del Senato dovrebbe arrivare in aula, e Renzi non accetterà defezioni. «Chi vota contro si mette contro l'Italia, le impedisce di uscire dalla crisi, tradisce l'impegno che io ho assunto in Europa. Ne dovrà trarre le conseguenze anche nel partito». Il premier tiene in serbo sempre l'arma delle elezioni anticipate subito dopo la fine del Semestre, ed è per questo che ha lavorato sia con M5S che con Berlusconi ad un'accelerazione sulla legge elettorale. Si sarebbe detto un tempo inserendosi nelle contraddizioni dell'avversario, visto che per Grillo le elezioni sono essenziali mentre per Forza Italia no. Ma è su questo azzardato equilibrismo che il premier tesse la tela del ragno.

Nella battaglia delle riforme, Renzi sa benissimo che una ventina di «franchi tiratori» in Senato bastano a mettere a repentaglio la maggioranza. Grazie all'incontro e ai successivi contatti telefonici avuti con Berlusconi, si è guadagnato una sponda essenziale in Parlamento. Il rischio che non si raggiungano i due terzi di voti per scongiurare la verifica del referendum tuttavia esiste ed è stato messo nel conto, ma viene considerato il danno minore.
Nella sua strategia è chiaro come sia lui a interpretare il comune sentire, a poter parlare direttamente alla gente, sottraendo persino alla demagogia estremista gli slogan più popolari. Quello dell'altro giorno, sull'«Europa dei cittadini e non dei banchieri», per esempio, è stato rivisitato ieri, in un convegno a Bolzano cui era presente anche il cancelliere austriaco Faymann. «L'Europa ha futuro se mette insieme la capacità di coinvolgere i cittadini. Non serva una moneta comune se non hai in comune un destino. Dobbiamo difendere la Ue dall'assalto della tecnocrazia».

Ha parlato anche di «identità», l'ex sindaco fiorentino, e consigliato un libro di Chesterton («Napoleone a Nottingham Hill»), che parla di un «sindaco pazzo: tema cui sono sensibile», ha scherzato. Ma forse non è più il tempo delle battute.

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