Il Massimo paradosso di ambiguità

Strano destino quello di Massimo D'Alema. Quando vince si crea più nemici di quanti sono i peli che compongono i suoi ordinatissimi baffi. Quando perde viene immediatamente soccorso dai detrattori del giorno prima, pronti a giurare sulle sue qualità di statista. Per spiegare il paradosso ci si può riferire all'antropologia dell'italiano medio, in teoria disponibile a tollerare i tratti del decisionismo ma pronto a rigettarli appena vi sia qualcuno che provi ad associarvi comportamenti conseguenti. E, a riprova del radicamento di quest'andazzo, si potrebbe persino citare Federico Barbarossa, il quale riteneva l'Italia simile a un'anguilla che non si può tenere né per il capo né per la coda e tanto meno per il mezzo.
Accedendo a questa spiegazione, si corre il rischio d'entrare nella schiera di quei cantori pronti a trasferire in un giudizio politico le proprie idiosincrasie sugli italici costumi, finendo per dar credito a tesi antropologiche assai prossime al razzismo. La politica, invece, ha una sua logica e una sua moralità che valgono anche per l'Italia. L'arte dell'uomo di Stato democratico è quella di gestire la verità cercando di presentarla nella luce più favorevole ai suoi programmi o di farla emergere nel tempo più opportuno, ma non certo d'ignorarla disinteressandosi delle sue conseguenze. È quella di creare il possibile anziché accontentarsi dell'esistente: il possibile, per l'appunto, non l'impossibile.
D'Alema l'altro giorno in Senato ha contraddetto, per l'ennesima volta, i precetti dello statista. Ha ritenuto alla sua portata razionalizzare una realtà priva di ragione, ignorando come non sia dato a nessuno, soprattutto in politica estera, tenere insieme una politica e l'opposizione a quella politica. Chi, come la scombinata coalizione che oggi compone la sinistra italiana, si viene a trovare in questa situazione, può al più soprassedere finché le contingenze glielo consentono. Ricercare prove di forza equivale a creare l'impossibile. E, a quel punto, non ci si può stupire se si finisce sconfitti, smarrendo per di più la verità dei fatti.
È quanto accaduto a D'Alema. Per superare il nodo dell'Afghanistan, è stato costretto a enfatizzare il contributo italiano alla crisi del Libano presentandolo come essenziale alla risoluzione del conflitto mediorientale, anche per i suoi riflessi sulla questione israeliano-palestinese. Egli, in tal modo, ha voluto ignorare ciò che in realtà sa benissimo: fatti e circostanze precise delle ultime settimane fanno del Libano un aspetto che aggrava la situazione mediorientale e non già un principio di soluzione, gettando un'ombra inquietante sul senso della nostra missione militare.
Non più tardi della scorsa settimana, nella zona di Beirut, l'esercito libanese ha intercettato e sequestrato un camion pieno d'armi. Il successivo 17 febbraio Nasrallah, intervenendo a sud di Beirut in occasione della commemorazione della scomparsa del suo predecessore e della vittoria della rivoluzione islamica in Iran, ha rivendicato la proprietà del carico di quel camion; ne ha chiesto la restituzione a Hezbollah e, come se non bastasse, ha ammesso che le armi erano destinate alle milizie al confine con Israele al sud del fiume Litani, dove ai sensi della risoluzione Onu 1701, agli Hezbollah non sarebbe concesso operare. Quel che è ancora più preoccupante, ha ufficialmente affermato che le infrastrutture e il potenziale militare della sua organizzazione, sensibilmente intaccato dall'ultimo conflitto con Israele, è stato ormai integralmente ripristinato. Negli stessi giorni, in un villaggio nella valle della Bekaa sempre a sud del Litani, Hezbollah ha messo in scena la presentazione di una batteria di missili. Questi si sono poi rilevati falsi. Non di meno, la manifestazione attesta in modo inequivocabile il valore che Hezbollah assegna alla 1701: un paravento del quale non tenere conto se non per ripristinare indisturbati la situazione ex ante.
Se questi episodi vengono messi in relazione con le dichiarazioni che D'Alema ha fatto in Senato, i conti non tornano. Egli ha sostenuto che la missione Unifil sarebbe servita per scindere il fronte interno del conflitto libanese dal fronte esterno della guerra contro Israele. Mentre i fatti degli ultimi giorni dimostrano proprio come i due fronti siano in realtà ancora profondamente intersecati. Ha poi detto che l'intervento della forza sovranazionale ha assunto in questi mesi un valore «metodologico», tale da convincere Israele che la ricerca di garanzie internazionali sia preferibile, per la sua sicurezza, a qualsiasi altra strategia difensiva. Si è trattato di una evidente forzatura: per Israele, stando alle dichiarazioni ufficiali del suo Primo ministro Olmert e del ministro degli Esteri Peretz, l'attuale situazione rappresenta nient'altro che il male minore. A voler essere ottimisti, Israele ha per ora sospeso il giudizio, in attesa di risultati tangibili che però tardano ad arrivare. D'Alema, infine, ha affermato che l'esperienza fin qui sviluppata, avrebbe rafforzato la possibilità che Israele accetti il dispiegamento della forza internazionale anche a Gaza e nella Cisgiordania, sul fronte del conflitto israeliano-palestinese. E quest'affermazione è realmente parto di fantasia.
Quel che vorremmo dire a D'Alema, allora, è che se si ricerca la chiarezza non lo si può fare a scapito della verità. Se questo è il costo, risultano persino preferibili i metodi più ambigui dei vecchi democristiani. Valga d'ammonimento per il futuro immediato.

I nodi della politica estera non possono essere rinviati ma neppure stravolti nei loro aspetti oggettivi. L'attuale realtà del mondo è tale da rimandarli rapidamente al pettine. Qualsiasi soluzione della crisi di governo, ne dovrà tenere conto.

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