"Lascio un carcere più umano. Conosco i detenuti uno a uno"

Dopo dieci anni lo storico direttore dice addio a Opera per guidare San Vittore: «Ho dato a tutti una chance»

"Lascio un carcere più umano. Conosco i detenuti uno a uno"

Dieci anni ad Opera, nel carcere che ha ospitato Totò Riina e gli ultimi brigatisti rossi, Fabrizio Corona e l'Olindo della strage di Erba. A dirigere tutto, Giacinto Siciliano, 51 anni: che ora lascia la prigione con vista sulla tangenziale per andare a dirigere San Vittore.

È stata dura?

«Sicuramente impegnativa. Opera ospita detenuti prevalentemente di criminalità organizzata e ad alto tasso di pericolosità. In questi anni abbiamo avviata una trasformazione che, senza cambiare la tipologia dei detenuti, puntasse a sperimentare nuove forme di gestione e di trattamento di chi è chiuso qua dentro. E per fare questo è stato necessario un cambiamento culturale sia delle persone che ci lavorano sia dei detenuti, che sono stati chiamati a assumersi responsabilità che prima non avevano».

Però l'immagine di Opera continua a essere quella di un posto dove non è facile cavarsela.

«Ma oggi è anche un carcere vivo, dove le persone possono essere coinvolte in attività di rilievo, e dove si conciliano le esigenze di trattamento con quelle di sicurezza. Oggi, sinceramente, non penso che possa essere considerato un carcere particolarmente opprimente: certo, ha una sua storia, ha detenuti di un certo spessore, ma è un istituto in cui si è lavorato per dare delle chance a tutti a prescindere dal livello di pericolosità. A parte i detenuti di massima sicurezza, quelli al 41 bis: lì è un altro discorso. A dirmi che l'immagine di Opera è cambiata è anche l'atteggiamento della città. Una volta per Milano era come se questo carcere non esistesse, anche se siamo a dieci minuti dal centro. Oggi non è più così. Basti pensare alle migliaia di studenti che entrano qua dentro o che incontrano i detenuti nelle loro scuole».

Come ci si è arrivati?

«La parola chiave è stata sfida. Se oggi si respira un clima diverso è perché abbiamo spinto i detenuti a mettersi in discussione, a farsi coinvolgere. Il problema era ridurre l'ozio, perché fin quando una persona è chiusa in una stanza è difficile che cambi. I fatti ci hanno dato ragione. Qui abbiamo una struttura tradizionale e una a trattamento avanzato, sull'esempio del carcere di Bollate. Ebbene: chi è passato in questo reparto e poi è uscito per fine pena o perché ha ottenuto misure alternative, ha avuto un tasso di recidiva che non supera il 15 per cento, che è un risultato eccezionale soprattutto se guardiamo allo spessore di alcuni vissuti criminali».

Come si dirige un carcere con millecinquecento detenuti?

«La mia sfida è stata avere relazioni e rapporti diretti con quasi tutti. Per me non sono nomi, sono collegati a fatti e storie. Li ho martellati uno per uno: hai una possibilità, gli ho detto, puoi scegliere se metterti in gioco o tirarti indietro. Decidi, prenditi la responsabilità».

Quante porte chiuse ha trovato?

«Ne ho trovate, non è tutto rose e fiori. Ma molte porte che erano chiuse nel tempo si sono aperte. A restare blindate sono veramente poche».

Ma poi ci sono quelli al 41 bis, massima sicurezza. Per loro nessuna chance, e condizioni che alcuni considerano inumane.

«Il 41 bis è una norma eccezionale che risponde a esigenze eccezionali. In teoria la norma non impedisce un percorso di reinserimento. Certo serve che ci sia la disponibilità del detenuto a mettersi in discussione, una adesione a logiche culturali diverse. Ma il detenuto di mafia non parla con lo Stato. Se sceglie di farlo, se prende le distanze dal contesto che lo ha portato a delinquere, e avvia un reale percorso di revisione critica la situazione può cambiare».

Adesso la attende San Vittore, una bolgia sovraffollata.

«Ma sa una cosa? Quando ero a Monza, un carcere fatto di celle singole o a due posti, la gente preferiva San Vittore, e se cercavamo di portarli a Monza si chiudevano in cella per protesta. Forse perché era più comodo, forse perché era considerato più vivo. Oggi il problema di San Vittore sono i numeri e anche la rapidità del turnover, le porte girevoli che rendono difficile un percorso di trattamento. A Opera avevo tempo, adesso dovrò reinventarmi».

Da trent'anni, ogni tanto salta fuori qualcuno che dice: chiudiamolo.

«San Vittore è una struttura vecchia per definizione, inadeguata agli standard attuali, che verranno ulteriormente alzati. Ma avere una struttura carceraria al centro della città costringe tutti a fare i conti con questa realtà. Il carcere esiste ed esistono i detenuti».

A un milanese che sta per finire in carcere, quale dei tre consiglierebbe?

«Fino a ieri avrei ovviamente risposto Opera. Adesso dico che è l'intero sistema penitenziario milanese ad essere una realtà avanzata. Sono sempre prigioni. Ma meglio di tante altre».

Che tipo era Riina?

«Se fosse ancora vivo le risponderei».

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