Quando la fotografia imita la pittura: gli scatti di Andric alla Triennale

Da mercoledì l'esposizione dell'artista serbo, ritenuto un poeta

Simone Finotti

Quattordici grandi scatti in cui l'uomo spicca per la sua assenza. Il che, specie di questi tempi, suona come un monito: tolta la figura umana è come se si eliminasse la radice stessa del male, finché non resta altro che la distillata quotidianità di paesaggi, edifici, scorci, sottratti alla loro monumentalità ma, al contempo, nobilitati da una tecnica che ricorda quella pittorica dell'affresco.

Non a caso l'opera di Ljubodrag Andric, il fotografo-poeta che da mercoledì al 24 settembre sbarca in Triennale con Works 2008-2016, una raffinata selezione dei lavori degli ultimi anni, è accostata a quella di maestri del pennello come Edward Hopper, Mark Rothko e il nostro Giorgio Morandi. Artisti che morirono più o meno negli anni in cui Andric (Belgrado, 1965) nasceva nel cuore della ex-Jugoslavia. E che forse, se la fotografia avesse offerto loro gli attuali mezzi tecnici, si sarebbero anch'essi confrontati con l'obiettivo.

Ma torniamo alla mostra, curata da Demetrio Paparoni (autore dell'introduzione al catalogo Skira con testi di Barry Schwabsky, Aldo Nove, Philip Tinari, e un colloquio con William Ewing): colpisce l'uso ricorrente di un impianto geometrico modulare, che nel suo minimalismo iperrealistico valorizza l'elemento luminoso mediante cui le masse acquistano volume sia nelle immagini in esterna, come nel caso di Miami 5 (2011), sia in quelle indoor (ad esempio China 21, 2012).

Le ombre sembrano invece un contorno disegnato a giochi fatti per offrire un punto d'appoggio e di equilibrio concettuale alle forme (esemplari i finestroni ciechi di Miami 7, 2011). Luce, volumi ma anche colori: è lo stesso autore a ricordare le estenuanti pause in attesa delle giuste combinazioni cromatiche (San Francisco 4, 2011, o China 2, 2013), senza contare il lungo lavoro di post-produzione in cui vien fuori l'esperienza di Andric nel campo della fotografia pubblicitaria (vi ha lavorato in Italia dal 1988 al 2002, prima di trasferirsi in Canada).

Su tutto, un'essenzialità che non significa appiattimento: al contrario, il fotografo serbo coltiva un'attenzione maniacale al dettaglio, come il giallo dei fili della luce in Miami 4 (2011), il rosso scrostato di China 3 (2013), o il quadrato di mattonelle incastonate nel muro in Pingyao 2 (2015).

Ma non si tratta mai di orpelli senza scopo, perché nell'immagine, come nella nostra percezione, ogni particolare ha un preciso valore. E allora ti accorgi che i soggetti ruotano tutti intorno al concetto di assenza (quella dell'uomo, innanzitutto, ma anche quella di una dimensione storica e narrativa), di vuoto (negli interni), di muro (serie Pingyao, una delle più recenti), inteso come limite invalicabile.

Lo spazio è protagonista, ma paradossalmente non si rende mai davvero riconoscibile o collocabile con precisione. Anzi, potrebbe persino capitare che il fotografo stesso dimentichi dove ha scattato questa o quell'immagine. Per quello, in fondo, basta una didascalia.

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