Gli sos di artigiani e imprese. "Ecatombe per l'economia"

Nelle 700 mail inviate a "Mancati ristori" di Gallera il grido di dolore di interi settori distrutti dai lockdown

Gli sos di artigiani e imprese. "Ecatombe per l'economia"

Sfiniti, soli, spesso letteralmente disperati. Tanti titolari di attività economiche, nell'ultimo anno, hanno patito le devastazioni causate dal Covid e dai vari lockdown.

Le restrizioni imposte dall'emergenza sanitaria hanno travolto la vita di milioni di imprenditori, artigiani e professionisti, con i loro dipendenti. I lavoratori finora sono stati tutelati dal blocco dei licenziamenti e dalla cassa integrazione - misure che prima o poi finiranno. I lavoratori autonomi e i titolari di aziende spesso piccole e piccolissime, a fronte di fatturati crollati del 70-80-90 per cento, non hanno ricevuto che «ristori» parziali, tardivi, insufficienti comunque anche solo per sostenere le spese fisse che sono rimaste immutate. Posti di fronte alla scelta drammatica fra le spese dell'attività e quelle delle famiglie, per le quali non hanno percepito alcun reddito, hanno eroso quindi i risparmi personali.

Gli artigiani stanno perdendo tre milioni al giorno, secondo una stima «per difetto» resa nota ieri dall'Unione Artigiani Milano Monza-Brianza sul guadagno medio giornaliero delle 6.600 imprese del settore attive tra la Grande Milano e la provincia.

Uno scenario da ecatombe economica è quello che emerge dalle oltre 700 segnalazioni ricevute in un mese da Giulio Gallera, ex assessore al welfare e consigliere di Forza Italia, nell'ambito dell'iniziativa «mancati ristori», dedicata appunto all'emergenza dell'economia, un'emergenza senza precedenti e totalmente imprevedibile solo un anno fa.

Elaborando queste segnalazioni, Gallera e i suoi collaboratori hanno toccato con mano la realtà di storture, ritardi, incongruenze e buchi clamorosi nei meccanismi che sono stati introdotti dal governo precedente (quello di Giuseppe Conte) e che l'attuale dovrebbe rivedere a breve. Il fatto di basarsi sui Codici Ateco, per esempio, ha come conseguenza che si paghino ristori - per quanto parziali - per un'attività e non per un'altra «affine»: per esempio un bar pasticceria con prevalenza laboratorio di pasticceria non li riceve. Inoltre, esiste un problema di «indotto»: categorie che servono altre categorie che sono chiuse. Per le prime non ci sono ristori.

Fra i problemi segnalati con più frequenza, tasse e affitti: le attività sono chiuse in tutto o in parte, ma la gran parte delle imposte rimane invariata o subisce riduzioni irrisorie. Le bollette hanno parti fisse che sono lì invariate, e ovviamente restano da pagare gli affitti dei locali.

Noto il caso dei pubblici esercizi, che hanno sostenuto delle spese per riaprire in sicurezza (plexiglass, sanificazione e altro) e poi sono state chiuse. Queste attività già escludono in futuro di poter mantenere i livelli occupazionali pre-Covid. I taxi denunciano cali drammatici del fatturato: da un minimo del -55 per cento a settembre-ottobre a un calo massimo del 90 per cento a marzo-aprile 2020. Inoltre - si segnala in «Mancati ristori» - molti tassisti non hanno ricevuto il risarcimento specifico legato ai centri storici per un intoppo burocratico commesso dal legislatore che riguarda la residenza del professionista (chi lavora a Milano ma non risiede a Milano non avrebbe ricevuto il ristoro-centro storico). Anche qui, le spese fisse restano e ammontano a 20mila euro circa, mentre il ristoro massimo ricevuto ammonta a 4.700.

Palestre e centri fitness sono (ri)chiusi da ottobre. Nel 2020 hanno perso il 70 per cento, con ristori al 5 per cento. Vivono di abbonamenti che sono stati interrotti e saranno rimborsati o traslati al momento della riapertura, che dunque avverrà «senza cassa»: si partirà abbondantemente sottozero.

Lo sport in generale è considerato attività non essenziale eppure solo in Lombardia coinvolge 3 milioni di appassionati. Molti impianti sono stati costretti a chiudere per sempre, come le piscine.

E i teatri secondo le stime del consigliere Fi hanno perso il 97 per cento del fatturato. E il 25 per cento dei lavoratori del settore sarà costretto in pratica cambiare mestiere. La ripartenza sarà lenta e faticosa, gli incassi non immediati.

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