I profughi dimenticati

Sono i profughi dell'Ucraina dell'Est. Il conflitto in atto ha costretto 2 milioni e mezzo di persone a spostarsi

I profughi dimenticati

Di profughi e di rifugiati sentiamo parlare tutti i giorni ormai. Affollano le nostre frontiere (di Europa), le nostre stazioni, i nostri giornali, le nostre televisioni, i nostri smartphone. Conosciamo le loro rotte, le loro disperazioni, a volte un po' meno i loro drammi. Eppure alcuni di loro li abbiamo completamente dimenticati, o forse più semplicemente ignorati e relegati al silenzio. Sono i profughi dell'Ucraina orientale, in cui il conflitto in atto dall'aprile dello scorso anno ha costretto 2 milioni e mezzo di persone a spostarsi. L'ultimo report di Unhcr (14 agosto) riporta cifre da brivido: quasi un milione e mezzo di sfollati interni e 924mila persone che chiedono asilo o che cercano di formalizzare in altro modo il loro ingresso in altri Paesi. Per quanto questi numeri possano sembrare esorbitanti, si tratta comunque di statistiche al ribasso perché prendono in considerazione solo quelli che hanno seguito le procedure di registrazione del Ministero per le Politiche Sociali ucraino. Rimangono fuori in molti: quelli che hanno paura di registrarsi perché pensano di poter essere ricattati o perché hanno lasciato qualche parente nelle città occupate, quelli che si vergognano, o quelli che non ne hanno bisogno perché abbastanza benestanti o sufficientemente aiutati. La maggior parte degli sfollati che bussa alle porte di un Paese straniero lo fa in Russia (911mila) e Bielorussia (127mila), ma non per questioni ideologiche, quanto per necessità. Quando si viene sorpresi dai colpi di artiglieria pesante, non si sceglie da che parte scappare, si cerca di raggiungere la zona più sicura e più vicina, con tutte le tensioni che ne conseguono: filorussi che si ritrovano in territorio ucraino costretti ad accettare aiuto da personale che ritengono ostile, proucraini che trovano accoglienza nei campi profughi degli invasori e che spesso sono costretti a cambiare passaporto e nazionalità.

Quando invece la scelta di andarsene è “più meditata” perchè non ci si ritrova sotto attacco di fuochi incrociati, chi sceglie di rifugiarsi in territorio ucraino si rivolge ai volontari e agli operatori umanitari che si occupano di indicare loro il corridoio per l'evacuazione dei civili. La prima tappa dell'accoglienza profughi in Ucraina è la riconquistata Slaviansk, la cui stazione ferroviaria è stata trasformata in un centro di smistamento per gli sfollati. Ci sono tende per il primo soccorso, per la distribuzione di acqua e pasti e per la registrazione nell'elenco governativo dei “dislocati”. La biglietteria lavora a tutte le ore, anche di notte e anche se le luci sono poche perchè lo Stato deve economizzare sulla corrente elettrica: si stampano biglietti gratuiti di sola andata per quelli che hanno lasciato le proprie case nella zona dell'operazione antiterrorismo. “Dove volete andare?” chiede l'addetta alla stampa del biglietto. Quasi mai è facile rispondere. A questa domanda e all'ospitalità di una notte su un vagone di un treno fermo in stazione, si ferma l'assistenza che lo Stato ucraino può permettersi di offrire ai suoi profughi. A occuparsi di loro, da questo momento in avanti, saranno parenti e amici, per chi ne ha, e le numerose associazioni di civili volontari che sono nate per fronteggiare la crisi nel paese. Chi non ha idea di dove andare, in genere, sceglie la capitale che pullula di organizzazioni che si occupano di rifugiati. Alcune, come il Centro dei volontari di Froliska, nel cuore della città, si occupano della primissima assistenza: 45 giorni di sostegno in cui gli sfollati vengono nutriti, vestiti, curati e aiutati a ricominciare, in particolare a trovare un nuovo lavoro, perché nessuno può farsi carico di loro per lungo tempo. L'unico servizio che qui non viene fornito è quello la ricerca di un alloggio.

Per questo ci sono altre organizzazioni, come Vostok SOS, nata dall'iniziativa di sfollati dalla regione di Luhansk che oggi lavora in stretta collaborazione con Unhcr. L'emergenza umanitaria in atto è gestita perlopiù dal buon cuore e dalla capacità di rimboccarsi le maniche della popolazione. “In Ucraina- scrive Amnesty International- la maggior parte dei rifugiati riceve un limitatissimo supporto statale e può contare solo sulle proprie forze, sui legami familiari e sull'assistenza delle associazioni di volontari”. La legislazione adottata per gestire l'emergenza sfollati appare inadeguata sia ad Amnesty International che a Unhcr: le limitazioni alla libertà di movimento imposte nella zona di guerra rendono difficile la fuga delle persone e l'ingresso di aiuti umanitari. Anche il conflitto in Ucraina sta dunque causando un imponente esodo e, data l'incapacità delle istituzioni ucraine di gestire la situazione, presto ne subiremo le conseguenze. Anzi già abbiamo cominciato a subirle perchè, secondo i dati Unhcr aggiornati a luglio 2015, gli ucraini che hanno chiesto asilo in Europa sono già quasi 16mila, senza contare quelli che fanno richiesta di altre forme di accoglienza. Per ricevere asilo politico quasi 5mila hanno bussato alle porte della Germania, 3700 a quelle della Polonia, quasi 3mila alle nostre, in Italia, e poi ancora in 1763 in Francia, 60 in Ungheria e 20 in Slovacchia. Ma noi di questi profughi ce ne siamo dimenticati.

A rinfrescarci la memoria è la premier polacca Ewa Kopacz, che tra le motivazioni del rifiuto delle quote obbligatorie dell'accoglienza di cui si sta discutendo in sede europea, spiega che le richieste di asilo degli ucraini in Polonia si sono triplicate negli ultimi mesi e che un'ulteriore escalation del conflitto, o il suo semplice prolungarsi, metterà in crisi le loro frontiere. Ma l'Europa si è dimenticata dei profughi ucraini, o forse proprio non vuole ascoltare.

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