Occupata l'ambasciata italiana ad Atene e mobilitazioni contro l'estradizione dei No Expo

La Grecia si mobilita per impedire l'estradizione dei 5 black bloc ateniesi ricercati dallo stato italiano per aver preso parte alle violenze del primo maggio

Occupata l'ambasciata italiana ad Atene e mobilitazioni contro l'estradizione dei No Expo

È una storia che sta passando in sordina, ma è fatta di ambasciate occupate, studenti arrestati, richieste di estradizione, mobilitazioni popolari e comunicati di rivolta. L'Italia da un lato, la Grecia dall'altro e non occorre riavvolgere il rocchetto della storia sino all'epoca della dittatura o degli anni in cui la violenza politica passava dai comunicati ai fatti, sull'onta di parole d'ordine, prese troppo spesso sul serio, da una generazione che sognava il cambiamento in punta di P38. Basta fermarsi molto prima, al giorno in cui Milano, per l'ultima volta bruciò.

Primo maggio 2015, la May Day, la parata che ogni anno va in scena nel capoluogo meneghino a un certo punto si interrompe e dal corteo esce l'esercito del blocco nero: cappucci, martelli, spranghe e molotov. Una fazione del gruppo NO Expo si arma e assalta banche, gioiellerie e macchine considerate beni di lusso. Imperversa la guerriglia nelle strade di Milano che proprio quel giorno assistono anche all'inaugurazione dell'Esposizione Universale. Quanto avviene nelle strade lombarde il giorno della festa dei lavoratori è noto.

Passano i mesi ed ecco il 12 novembre, data in cui 5 studenti ateniesi che parteciparono alle manifestazioni No Expo vengono raggiunti da un mandato di cattura internazionale emesso dalla Procura di Milano. Tra i capi d'accusa ''devastazione e saccheggio''. La Grecia si mobilita. Il 13 novembre infatti sotto la corte di appello di Atene centinaia di persone si ritrovano per chiedere la non custodia , il non trasferimento dei 5 e la cessazione di ogni azione legale nei loro confronti. La protesta porta alla scarcerazione degli studenti che vengono liberati con l'obbligo di firma per 3 volte a settimana. Poi la questione prende sempre più piede nella popolazione. Il 17 novembre anniversario della strage del Politecnico, il corteo commemorativo si apre con uno striscione che rivendica la libertà per i No Expo e le azioni di solidarietà non finiscono. Le mobilitazioni di appoggio alla causa dei manifestanti si espandono in tutta la Grecia e arrivano sino all'occupazione dell'ambasciata italiana ad Atene da parte del gruppo antagonista ''Rubicone''.

Oggi, domani e l'11 gennaio in Grecia si tengono le udienze per l'estradizione. E così di nuovo è montata la protesta. I motivi principali dell'opposizione da parte del movimento greco alla richiesta italiana sono da rintracciarsi in quattro punti principali: un' enorme sproporzione tra le pene implicate dal reato di devastazione e saccheggio e i fatti contestati, le modalità di indagine, l'utilizzo dell'arresto molti mesi dopo i fatti e la decisione di usare il mandato di cattura europeo contro i movimenti transnazionali anti-austerity. E' così quindi che oggi i 5 ricercati hanno stilato un nuovo comunicato ( che proponiamo di seguito) e che termina con un laconico appello e una perentoria volontà: bloccare le estradizioni.

Comunicato dei 5 ricercati dalle autorità italiane

Il primo maggio 2015 a Milano c’è stata una gigantesca manifestazione nel contesto della giornata dei lavoratori. Non era semplicemente una giornata di sciopero generale, ma piuttosto una giornata nazionale di incontro tra movimenti (sindacati di base, centri sociali, collettivi studenteschi e universitari, comitati di lotta per la casa, comunità di migranti, il movimento No Tav, eccetera) contro le misure di austerity varate nell’ultimo periodo dal governo Renzi. Era anche la giornata culmine del movimento NoExpo contro la fiera aziendale internazionale Expo 2015 che vedeva la partecipazione di persone da diversi paesi dell’Europa e la sua provocatoriamente sfarzosa inaugurazione. La manifestazione così massiccia e determinata è stata appunto il culmine di un movimento lungo 7 anni che ha messo in discussione la fiera e la campagna politica che si giocava intorno ad essa, mettendo in crisi le carriere politiche dei politicanti e dei “capetti” locali.

Sette anni prima, nel 2008, il comune di Milano è stato incaricato di ospitare Expo. Ha così cementato 1100 acri di terreno, si è deciso di rilocare gli abitanti per prender loro le abitazioni e il territorio sul quale vivevano, per piegarli ai progetti di riqualificazione e alla loro resa commerciale. I padroni hanno, in buona sostanza, l’obiettivo di rendere Milano una città più attraente per il capitale, provano a presentarla come la capitale dell’impresa e di pubblicizzarla come l’ottavo miracolo per la classe lavoratrice locale, alla quale promettono sviluppo e nuovi posti di lavoro. Dietro alle vetrine del progresso, le bustarelle cadono una dietro l’altra come le tessere di un domino, le banche prestano denaro, lo gestiscono e lo puliscono per gli altri, gli impresari si danno cura di ritardare le consegne dei lavori in modo tale che si gonfino i costi e, ovviamente, tra i grandi appaltatori compaiono anche i nomi di mafiosi e delle loro imprese.

Questo ciclo di profitto per i padroni che comincia nel 2008 si è retto ed è riuscito a concludersi sulle spalle di un forte sfruttamento salariale e del lavoro volontario di migliaia di giovani, il che ha permesso di ingrossare ulteriormente le tasche dei padroni. Parallelamente alla costruzione della fiera è avvenuta anche un’operazione di rastrellamento di tutti coloro i quali potevano essere considerati pericolosi per la fantasmagorica immagine della città. Grandi operazioni di polizia sono avvenute nei quartieri per sfrattare gli abitanti meno abbienti sia locali che migranti, come ci sono stati sgomberi di centri sociali e precettazione degli scioperi, come quella avvenuta pochi giorni prima dell’inaugurazione con lo sciopero dei lavoratori della metropolitana.

2.

E mentre sei mesi dopo scende il sipario della fiera, i risultati e le conseguenze rimangono. Expo chiude e lascia dietro di sé un miliardo e mezzo di debiti che dovranno essere pagati con tasse ed imposte comunali gonfiate, costringendo con la “responsabilità collettiva” del debito i proletari a pagare gli eccessi e a ringraziare pure per questa festa fantastica. Lascia dietro di sé il territorio saccheggiato, la flessibilizzazione dei rapporti lavorativi, l’istituzione del lavoro volontario, la repressione. Dopo sei mesi, quindi, dal nostro fermo di polizia a Milano e dalla chiusura di Expo, le autorità italiane hanno cominciato una caccia alle streghe costruendo accuse ad hoc e emettono un mandato di arresto per 5 manifestanti italiani e contemporaneamente un mandato di arresto internazionale per noi 5. Abbiamo tutte le ragioni di pensare che i procedimenti penali contro di noi, così come quelli contro i 5 compagni italiani nascondano degli obiettivi politici, e questo non solo perchè viene perseguita la partecipazione alla manifestazione sulla base di una legge facente parte di un codice penale varato da Mussolini e ancora in vigore, ma anche perchè le autorità italiane hanno cominciato un’operazione di depistaggio e di silenziamento sulla terra bruciata che Expo si è portato dietro, facendo sì che l’attenzione dell’opinione pubblica si spostasse dagli scandali ai manifestanti, in modo da salvare, costruire e rendere più prestigiose le loro carriere politiche. Il procedimento contro di noi rappresenta, per le autorità italiane, l’occasione per punire e accusare noi e tutte e tutti coloro che si trovavano, quei giorni, nelle strade. È l’occasione per mostrare quale futuro si profila per quelle e quelli che decidono di lottare e di resistere anche in altri movimenti, sia in Italia che altrove in Europa.

Il ricorso al mandato di cattura europeo, le accuse ridicole, la persecuzione della partecipazione alle manifestazioni, i processi politici che, nel tempo, hanno portato in carcere compagni per 15 anni, mandano un messaggio molto chiaro: che coloro i quali si trovano dal basse nelle strade per unire le loro voci di protesta verranno colpiti da repressione costante e sempre più intensa.

3.

Il mandato di cattura europeo è stato in questo usato per la prima volta (in precedenza solo per punire crimini pesanti come il traffico internazionale di stupefacenti, lo sfruttamento della prostituzione, il riciclaggio di denaro sporco, eccetera) per colpire dei manifestanti. Rappresenta chiaramente un tentativo di affinamento della repressione internazionale e di criminalizzazione delle lotte sociali e dell’incontro tra movimenti a livello europeo. Allo stesso modo pone anche per tutte le componenti del movimento antagonista europeo l’obiettivo di mettere un freno a queste operazioni repressive, bloccando nei fatti le estradizioni.

Tra il 2008 e il 2010, con l’esplosione del discorso da Grande Depressione relativamente alla crisi capitalista globale nelle economie europee, gli stati membri dell’UE, per salvare gli istituti finanziari (globali) hanno preso tutte le misure necessarie per nazionalizzare il loro grande debito. Ovviamente, questo da solo non poteva essere sufficiente perchè la “crisi finanziaria” non rappresenta che una piccola parte della crisi di produzione e riproduzione del capitale. Quindi il problema doveva essere affrontato alla radice: la svalutazione della forza lavoro e la precarizzazione delle vite dei proletari con lo scopo di un’uscita dalla crisi il più possibile favorevole per il profitto del capitale.

Così i capitalisti locali e internazionali e i loro governi hanno cominciato a far passare misure d’austerità e durissimi programmi di aggiustamento strutturale. Misure, che da noi sono famose col nome di “memorandum”, e che continuano ad essere votate e passate dal governo di coalizione Syriza-ANEL, come i tagli ai salari, delle pensioni e dei sussidi sociali, la diminuzione della spesa pubblica, l’incremento dell’iva sul cibo e sui beni di prima necessità, la privatizzazioni e la liberalizzazione dei licenziamenti, l’aumento dell’età pensionabile eccetera.

4.

Tutto questo può passare solo attraverso l’istituzione di uno “stato d’eccezione” permanente che oltre alla politica del “debito pubblico” come leva per il controllo e la gestione della paure, porta anche lo smantellamento del welfare state rimpiazzato dallo stato securitario. Tutti questi sono solo diversi aspetti della stessa strategia di gestione delle crisi del capitale, per imporre nuove norme disciplinari di sfruttamento e declassazione.

Uno “stato d’eccezione” generalizzato è ormai imposto, passo passo, a tutta Europa, con l’occasione della minaccia del “terrorismo islamico”, attraverso una vasta militarizzazione delle metropoli occidentali. Sta avvenendo una vera e propria campagna del terrore e del controllo totale su larga scala, con perquisizioni nelle case degli attivisti, divieti di manifestare, introduzione di nuove leggi antiterrorismo e militari a presidiare le strade. Ed è chiaro come questo clima di guerra non sia solo diretto contro i migranti che cercano di raggiungere l’Europa dalle zone belliche di Africa e Asia, ma anche contro tutti e tutte coloro di scendere in strada e protestare contro le politiche di austerità e sottomissione, contro la Fortezza Europa, al silenzio di tomba che cercano di imporci.

5.

Il 7, l’8 e l’11 gennaio, siamo chiamati a batterci contro le estradizioni. La lotta per il loro blocco è parte di un più vasto puzzle di lotte che hanno l’obiettivo di arginare la continua svalutazione delle nostre vite. Fa parte delle lotte degli studenti e delle studentesse universitari/e contro l’aumento delle tasse universitarie, degli scontri quotidiani dei lavoratori contro i padroni e contro la precettazione degli scioperi nei posti di lavoro, delle mobilitazioni per il rifiuto di pagare per bisogni primari mosse dalle assemblee dei quartieri, delle rivendicazioni dei lavoratori precari contro il mondo della schiavitù moderna, delle rivolte dei migranti ai confini e nei lager moderni. È parte di ogni lotta sociale che esploda nella sfera pubblica contro gli imperativi del capitalismo e la repressione di stato.

Chiamiamo i nostri colleghi, i nostri compagni di studio, i nostri compagni di lotta e tutti coloro si sentano parte delle lotte a partecipare a questa battaglia, a prendere una posizione chiara, a bloccare le estradizioni.

“Chi tocca uno tocca tutti!”

Tutte e tutti alla corte d’appello il 7, l’8 e l’11 gennaio!

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