Un'’odissea di 17 ore senza mai arrivare

In trappola. Diciassette ore «ostaggio» dei treni italiani per percorrere neppure 400 chilometri e senza mai arrivare a destinazione. Eppure pensavo di aver pianificato la classica partenza intelligente, considerati i freschi scioperi e il weekend vacanziero, per raggiungere Napoli e prendere parte ai funerali di un caro zio. Vagone letto con partenza da Milano Centrale poco dopo le 23 con arrivo alla stazione partenopea nelle prime ore del mattino.

Nell’era dell’alta velocità, dieci ore sono comunque anacronistiche, ma in assenza di un comodo volo, consideravo le lenzuola di carta un sacrificio accettabile. Ma al risveglio l’incubo ha inizio.

È appena passata l’alba e mi accorgo che il convoglio è fermo da tempo nella stazione di Chiusi. Chiedo lumi al capotreno che mi informa di un incendio alla stazione Tiburtina e che il treno ha già accumulato un’ora di ritardo. Mi consolo pensando che il funerale è fissato per mezzogiorno e mezza e dunque ho tutto il tempo per raggiungere Napoli.

Mentre trascorre un’altra ora, domando come mai basta un incidente a una stazione romana per spezzare in due lo Stivale ferroviario senza che esistano soluzioni di emergenza o linee alternative. Finalmente si riparte ma l’illusione dura poco. Nuovo stop questa volta ad Orvieto, altra rinomata località medievale.

Ormai sono quasi le dieci e in me si fa strada la certezza che a Napoli non arriverò mai in tempo e forse neppure a Roma dove contavo di saltare sul primo frecciarossa. Ma anche gli eurostar, mi dicono, sono in ritardo di oltre un’ora, perché anche nell’era dell’alta velocità funziona in questi casi un solo binario per tutti.

La rabbia si mescola alla rassegnazione e, dopo ormai quasi 12 ore, mi rassegno a scendere dal treno per tornare indietro, al nord. Fosse facile. La banchina della stazione di Orvieto, da cui intravedo ridenti colline che non mi consolano, è popolata di fantasmi che in tutte le lingue chiedono lumi per raggiungere le destinazioni più disparate, mentre l’altoparlante annuncia treni soppressi e ritardi mai inferiori ai 100 minuti.

Passerà un’altra ora prima che riesca a inforcare un regionale in direzione Firenze che mi offre un’istruttiva panoramica dei comuni della provincia toscana: Chiusi (ancora!), Terontola, Camucia, Castiglion Fiorentino, Montevarchi e via di questo passo. Sbarco alla stazione di Santa Maria Novella intorno alle 14.30 dove finalmente, ormai lontano dall’epicentro del «sisma», spero di infilarmi nel primo frecciarossa o frecciabianca o di qualsiasi altro colore purchè mi consenta di uscire dall’odissea ferroviaria.

Alla stazione mi accoglie una bolgia dantesca in attesa (inutile) degli eurostar che provengono dalla caput mundi. Ma sul display nessun treno al binario, soltanto ritardi a tre cifre. Finalmente alle 15.

30 compare il muso dell’eurostar, ovviamente preso d’assalto in una totale anarchia di biglietti. Il controllore (napoletano) fa finta di niente. Almeno questo, penso. Finalmente, alle 17, termino il mio giro di mezz’Italia in 17 ore. Faccio il conto che sarei arrivato a Tokyo.

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