Più social e meno soldi. Anche la classica ha cambiato musica

Il festival di Verbier è una parata di stelle. Il fondatore Engstroem: "Basta artisti schivi"

Più social e meno soldi. Anche la classica ha cambiato musica
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«Venticinque anni fa, quando lavoravo in Deutsche Grammophon, mi chiesero di portare un po' di aria fresca all'etichetta. La vecchia generazione faticava a vendere. Volevano artisti più giovani e carismatici. Rinegoziai il contratto con Maurizio Pollini, gli spiegai che avrebbe dovuto rilasciare almeno cinque interviste l'anno. Lui era contrarissimo, ma fui inflessibile: i tempi erano cambiati, anche i più schivi dovevano aprirsi». Contratto firmato. È il racconto di Martin Engstroem, una vita nella musica come agente (tra gli altri di Bernstein), quindi in case discografiche fino a quando, trent'anni fa, nella svizzera Verbier lancia un festival di musica da camera: l'unico che riesca ad assicurarsi in un colpo solo una sovrumana quantità di numeri uno della classica, sebbene l'omologo di Mantova lo batta per la bellezza degli spazi concertistici, siamo pur sempre in Italia. In sintesi, quando capiti a Verbier alla fine di luglio trovi interpreti come Yo-Yo Ma, Trifonov, Kavakos, Capuçon, Bell, Kissin, Pletnev, Maisky, Cho, Lozakovich, Repin sui palcoscenici, per le strade, ristoranti e hotel. Una ubriacatura. A un certo punto, in una trattoria ai piedi della vecchia teleferica, spunta pure un pezzo di storia dell'opera, è un affaticato Placido Domingo.

Data la parata di stelle, abbiamo profittato per indagare con loro cosa e come stia cambiando la classica in termini di proposte, ricezione, richieste. Dalla narrazione di Engstroem si comprende come già al tramonto del secolo scorso, agli interpreti venisse chiesto, e messo sotto contratto, un cambio di passo: fuori dalle torri d'avorio. Allora un auspicio, oggi una necessità. «Dobbiamo essere vicini al pubblico facendo passare il messaggio che la classica non è elitaria» osserva il violinista Leonidas Kavakos, orgogliosamente greco, secoli di grande storia nelle vene. «Impazzano yoga e varie forme di meditazione orientali. Si guarda ad Est quando avremmo tutto in casa, nel nostro Occidente: ascoltare o fare musica fa bene, ci rende persone migliori. Noi artisti abbiamo il compito di comunicare tutto questo». Come? «Intervenendo pubblicamente e non alludo alle presentazioni dei propri concerti, la gente sa come informarsi, non ha bisogno dei nostri racconti. Penso a incontri dove i musicisti parlano dei rapporti fra la musica e le scienze e le altre forme d'arte, conversazioni a più ampio raggio».

A proposito d'Oriente, gli ultimi decenni hanno visto un crescendo di spettatori e artisti dal Levante. Prima è stata la volta dell'onda cinese con capostipite in Lang Lang e tra gli eredi Yuja Wang, pianista campionessa del cattivo gusto, tacchi, minigonna e cascata di strass: scintillio ma poco scavo anche nelle sue letture musicali, e la cosa piace perché i concerti della Wang vendono. Ma non c'è dubbio, la Corea del Sud batte la Cina 1 a 0. Sta in Corea l'ultima fucina di talenti, qui si forgiano interpreti che combinano la tecnica funambolica dei cugini cinesi con la capacità di muovere gli affetti del pubblico, e la mente va ai pianisti Seong-Jin Cho e Yunchan Lim.

Soprattutto ai musicisti di ultima generazione è chiaro che se un tempo era il disco a consacrare l'artista, assicurandone la presenza sul mercato, «ora è uno fra altri strumenti. Contano molto i canali social, la presenza digitale è una necessità», osserva il russo Alexander Malofeev. «Bisogna però fare attenzione a non farsi prendere dalla smania di pubblicare contenuti, sono attività che assorbono tempo e distraggono». Malofeev, classe 2001, con Cho, Lim, Lozakovich, rappresenta il meglio della GenZ, «una generazione dove tutti sono in contatto, fanno rete tra di loro mentre alla mia epoca era maggiore lo scambio intragenerazionale. Per questo è più semplice per i GenZ condividere gusti, modi di suonare e percepire la musica» (ma anche cadere nell'omologazione?) spiega Yo-Yo Ma, il violoncellista del secolo, pare sia l'artista più pagato in assoluto.

A proposito. Pare che le stelle se la passassero meglio un tempo, e a cascata - e a maggior ragione - i colleghi meno stellari. A Verbier, per dire, 12,5 milioni di budget, il cachet non può superare i 12mila franchi, «sia che si esibiscano una o quattro volte. Non voglio discutere di cachet» (Engstroem). Trame Sonore, per esempio, tratta gli artisti da re, in compenso devono suonare gratuitamente. Ma si va avanti perché «nella vita tutto cambia e prende diverse direzioni, non sempre le più appropriate. Però sono ottimista, non credo che la grande musica potrà mai scomparire. Le opere d'arte vincono su tutto», dice convinto il violoncellista Misha Maisky.

Altra cosa che non cambia è il fascino esercitato dal direttore d'orchestra, leader, accentratore e tendenzialmente latin lover. Il direttore emergente Klaus Mäkelä non è latino (Oslo, 1996), ma lo si è visto spesso in compagnia della Wang. Non parevano amici.

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