
«Riunite il congresso e prendete una decisione. Tutti i gruppi devono deporre le armi e il Pkk deve sciogliersi». Se verrà ascoltato dai militanti il messaggio dal carcere lanciato ieri da Abdullah Ocalan, indiscusso leader Partito Curdo dei Lavoratori (Pkk) passerà alla storia. E regalerà un altra vittoria, altrettanto storica, al presidente turco Recep Tayyp Erdogan. L'annuncio però ha un doppio risvolto. Da una parte segna la fine della sanguinosa lotta armata condotta dal Pkk in Turchia. Dall'altra mette fine all'illusione curda di mantenere il controllo dei territori lungo la frontiera siriana turca. Territori diventati una sorta di ricompensa per il ruolo giocato dai miliziani che tra il 2014 e il 2018 si trasformarono nella punta di lancia della guerra condotta contro lo Stato Islamico.
La decisione di Ocalan, era stata preceduta nell'ultimo mese dalle trattative condotte da Devlet Bahceli, leader del Nmp la formazione ultranazionalista alleata nel governo di Erdogan. Per comprenderne il senso non bisogna però guardare alla Turchia, ma bensì alla Siria e agli Stati Uniti. La caduta del regime di Bashar Assad e la salita al potere dell'ex terrorista Ahmad al Shara, meglio noto con il nome di battaglia di Al Jolani, rappresentano il vero punto di svolta. La metamorfosi di Al Jolani trasformatosi da leader di Al Qaida in burattino dei servizi segreti di Erdogan ha trasformato la Siria in un protettorato turco. Un protettorato dove le fazioni dell'Ypg, emanazione siriana del Pkk, sono ormai all'angolo. In quella stessa Siria l'esercito e i servizi segreti di Erdogan hanno invece assoluta libertà di manovra. Una libertà garantita anche dalla tacita approvazione di un Donald Trump che non ha mai guardato con troppa riconoscenza al ruolo giocato dai curdi nella sconfitta dell'Isis. Il Trump del primo mandato non esitò a garantire mano libera all'offensiva turca che nel 2019 investì le zone del nord della Siria controllate dall'Ypg. E fu sempre Trump, nel 2019, a definire il Pkk «una minaccia terroristica per molti versi peggiore dell'Isis». Parole esagerate dal punto di vista politico visto che l' Ypg siriano - armato e addestrato da Washington con l'obbiettivo di cacciare l'Isis dalla Siria - era uno stretto alleato dell'America. Dietro quelle parole c'era però anche un fondo di verità. In 47 anni di lotta armata ispirata alla rigorosa ideologia marxista-leninista perseguita da Ocalan e dai suoi luogotenenti il Pkk ha messo a segno centinaia attacchi condotti anche con l'impiego di militanti suicidi. Senza contare che le fortune godute in Siria per alcuni anni dalla formazione di Ocalan contrastano con la perdita di consensi registrata in questi decenni in Iraq.
Nel nord del paese le formazioni del Pkk sono in aperta lotta con le formazioni che controllano i principali centri curdi. Il ritorno alla Casa Bianca di Trump ha segnato dunque una sorta di requiem per la causa del Pkk.
Seppur segregato da 26 anni nella cella interrata della prigione di massima sicurezza costruita per lui sull'isolotto di Imrali nel Mar di Marmara Ocalan non ha tardato a capire che non vi era più spazio per la lotta armata. E che una veloce e tempestiva resa era meglio di un'insanabile sconfitta.- dal lunedì al venerdì dalle ore 10:00 alle ore 20:00
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