Come reagire a Trump? Togliendo tutti i dazi

Le élite europee, avverse al nuovo inquilino della Casa Bianca, hanno quindi una sola cosa da fare. Dato che ritengono ingiusti i dazi americani, devono rispondere eliminando unilateralmente i propri

Come reagire a Trump? Togliendo tutti i dazi
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Al momento non è sapere cosa vi sia dietro la politica del presidente Donald Trump in tema di dazi: se si tratti di una scelta ideologica (alla quale non intende rinunciare) oppure se ci si trovi invece di fronte al tentativo come lascerebbe intendere il riferimento alla reciprocità di avviare negoziati per ridurre parallelamente ogni barriera, almeno entro il mondo occidentale. Sia quel che sia, è folle immaginare che ai nuovi dazi di Trump si risponda innalzando i dazi europei, che come Washington ha sottolineato sono già elevati. Quanti criticano aspramente Trump sarebbero contradditori se si comportassero come lui.

Le élite europee, avverse al nuovo inquilino della Casa Bianca, hanno quindi una sola cosa da fare. Dato che ritengono ingiusti i dazi americani, devono rispondere eliminando unilateralmente i propri. Dovrebbero dichiarare anche senza alcun negoziato che non vi saranno più ostacoli tra i produttori statunitensi e i mercati europei. Le buone ragioni alla base di questa scelta sono soprattutto due. Sul piano giuridico, il protezionismo rappresenta una menomazione del principio al cuore di ogni ordinamento degno di questo nome: la proprietà. Se dispongo di risorse ma non posso

usarle per acquisire prodotti stranieri, quel denaro non è davvero mio. Chi crede nella libertà individuale deve allora evitare ogni ipotesi di contromossa. Prima di altre considerazioni pur importanti, l'Unione deve eliminare gli intralci al commercio se vuole diventare un'area in cui vige la rule of law e in cui i diritti sono rispettati. Oltre a ciò, vi sono considerazioni economiche a difesa del libero scambio e contro questa contesa che vede Washington e Bruxelles accusarsi reciprocamente di avere iniziato per prima e non voler cooperare. Misurare l'altezza delle barriere non è facile (basti pensare al ruolo degli ostacoli non tariffari e a quello dei finanziamenti pubblici), né è facile ricostruire a ritroso chi per primo ha deciso di distruggere il libero scambio. Il dato cruciale, d'altra parte, è che ogni chiusura danneggia sia chi importa, sia chi esporta. Le buone imprese europee hanno tutto da guadagnare dalla possibilità di rifornirsi, e a miglior mercato, dalle aziende statunitensi. Molto banalmente, ogni volta che compriamo qualcosa di americano è perché riteniamo che sia vantaggioso. Rispondere ai dazi con altri dazi, allora, significa «bombardare» noi stessi.

Va pure aggiunto che per le classi dirigenti dell'Europa, che non abbandoneranno facilmente la cultura woke e l'aspirazione a unificare gli ordinamenti,

Trump è il nemico per eccellenza. Ecco perché sarebbe razionale, da parte loro, rigettare la politica dei dazi e sposare il libero scambio. Viceversa, se ai dazi risponderanno con altre barriere essi accetteranno la logica trumpiana. Dinanzi a una vigorosa opzione europea in favore del mercato come reagirebbe l'America? Probabilmente farebbe lo stesso, in ossequio a quella reciprocità che ha invocato; e a quel punto per noi il vantaggio sarebbe doppio. Gli americani vogliono esportare di più da noi e questo è nell'interesse anche nostro, dato che compriamo soltanto ciò che ci piace.

Ma se anche ciò non dovesse accadere (e in fondo gli americani hanno diritto di gestirsi come vogliono), bisogna comprendere che non esiste un primato dei produttori sui consumatori; e che di conseguenza qualsiasi dazio da noi introdotto contro altre comunità è anche e soprattutto un dazio contro di noi. Cancellare unilateralmente le barriere alzate dall'Europa è l'unica scelta che dovremmo adottare. Con ogni probabilità, però, non lo si farà.

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