Armi, no di 5s e sì dalla Lega. Governo pronto alla fiducia

Il grillino Petrocelli diserta il vertice di maggioranza. L'imbarazzo del Pd per la spaccatura a sinistra

Armi, no di 5s e sì dalla Lega. Governo pronto alla fiducia

Il braccio di ferro continua. Il tentativo di trovare una mediazione ed evitare la spaccatura della maggioranza sulle spese militari è ancora in corso. Ma il punto di caduta non è stato ancora individuato e Cinquestelle e LeU continuano ad annunciare il voto contrario all'ordine del giorno di Fratelli d'Italia che impegna il governo ad aumentare le spese militari. Con il rischio che la contesa si risolva con un voto di fiducia che potrebbe sancire in maniera plastica lo scontro frontale tra le diverse anime dell'esecutivo.

È Giuseppe Conte, mentre la votazione dei militanti sulla sua presidenza non si è ancora conclusa, a far capire di non avere alcuna intenzione di scendere dalle barricate. La Lega di Matteo Salvini, invece, nonostante non abbia fatto mistero di non gradire la via del riarmo, non si tira indietro e fa sapere che voterà sì all'odg, lasciando a bocca asciutta chi già si apprestava a polemizzare con «l'asse putinista».

La questione dell'aumento della spesa militare al 2% del Pil, come spiega Maurizio Gasparri, è al momento più virtuale che reale. Il decreto Ucraina «stanzia dei primi aiuti umanitari» spiega. «E poi c'è l'articolo per stanziare risorse per la resistenza e le forze armate ucraine. Si parla di ordini del giorno sulle spese militari, ma quello è un impegno che l'Italia ha sottoscritto da molti anni ed è tendenziale, non è che domattina si chiude un ospedale per comprare un cannone».

Il Senato - oggi con il voto delle commissioni riunite Esteri e Difesa e domani o al più tardi giovedì - è chiamato a convertire definitivamente in legge il decreto. La Camera lo ha già fatto dieci giorni fa, con voto unanime, compreso quello dell'opposizione di Fratelli d'Italia e la defezione di Sinistra Italiana di Fratoianni e Verdi europei, contrari all'invio delle armi. In aula potrebbe essere posta la fiducia in modo da farlo decadere, ma in Commissione l'odg verrebbe comunque votato.

Venerdì scorso a Bruxelles dopo il summit con Joe Biden, Mario Draghi ha sottolineato la necessità che le forze politiche diano prova di massima compattezza. Un invito che si è infranto contro il mosaico di distinguo della sua maggioranza. Una prima mediazione è stata tentata dal Pd che ha proposto che i fondi vengano destinati a tecnologia militare e non all'acquisto di armi. Tentativo respinto dai Cinquestelle. La palla è allora passata al ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D'Incà e al Sottosegretario con delega alla Ue Enzo Amendola che hanno cercato di trovare la quadra in una videocall con il sottosegretario alla Difesa, Giorgio Mulè, il sottosegretario agli Esteri, Benedetto Della Vedova, il relatore Maurizio Gasparri e i capigruppo. Riunione a cui non ha partecipato Vito Petrocelli, presidente della Commissione esteri del Senato in quota M5S che nei giorni scorsi ha invitato il Movimento a uscire dal governo «interventista».

La sensazione è che alla fine lo scontro sull'odg si stempererà, anche perché, spiegano «nel 2020, anno in cui il Pil ha frenato dell'8,9%, il governo Conte ha aumentato il budget per la Difesa di un miliardo e mezzo».

Lo scontro, però, potrebbe tornare ad accendersi con il Def. Una scadenza vicina che spingerà i partiti, nell'ultimo anno di legislatura, a forzare la mano per acquisire bonus e mettere a segno colpi ad effetto elettorale.

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