Calenda ha fatto "centro". Primo partito a Roma e tiene tutti sulla corda

Il leader di Azione non dà indicazioni per il ballottaggio. Ora guarda già alle Politiche

Calenda ha fatto "centro". Primo partito a Roma e tiene tutti sulla corda

Tutti a chiedersi cosa farà Carlo Calenda. È il centro, la variabile, quello che sposta le sorti della sfida su Roma. Michetti o Gualtieri? Destra o sinistra? Stop. È smaliziato il nipote di Luigi Comencini: non svende il suo patrimonio. Quei duecentomila e passa voti non gli appartengono. Non li cede e non li dona. Tornano al mittente. «Io ho fatto una lista civica, votata da persone di orientamenti politici molto diversi». Questo dice ed è un modo per lasciarli lì in sospeso, per tenerli fuori dal mercato, in attesa che i tempi siano più maturi. Non sono voti di Calenda, ma lui se serve può dare un segno. Non è facile. Non ha neppure deciso a chi darà il suo voto personale. Un tempo Calenda era di sinistra, poi i suoi compagni del Pd lo hanno smentito. È fuori dai confini, come Renzi, come tutti quelli che non riconoscono Giuseppe Conte come alleato naturale. Ecco perché adesso prima di mettere la mano sulla spalla di Gualtieri ci vuole pensare. Chiede rassicurazioni. Non è che poi ci ritroviamo a governare Roma con una manciata di assessori grillini? Non è che poi spuntano gli amici di Conte o della Raggi? Gualtieri sarebbe pure tentato di dire: niente stelle al Campidoglio. È Enrico Letta che non può fare una promessa del genere, perché lui vuole allargare la coalizione e Conte per qualche strano motivo ne è un pezzo di cuore, un bel ricordo, una nostalgia. Allora lui, Calenda, resta nel vago e ogni tanto telefona a Giorgetti e si fa raccontare cosa si dice nella Lega di governo. Carlo ricorda i suoi anni al ministero dello Sviluppo Economico e Giancarlo si stupisce a condividerne la visione. È che questa Italia deve ripartire e sognare un capitalismo di quarta generazione: leggero, dinamico, coraggioso e verde per quello che si può. Non c'è tempo per giocare al solito gioco dei guelfi e ghibellini. Allora che fare dei consensi di Calenda? Non è a Roma che bisogna guardare. Non solo, perlomeno. Le elezioni hanno misurato peso politico e prospettive di Calenda. Non è uno dei tanti candidati sindaci che mettono il cognome su un simbolo. La sua lista, con il 19 per cento, è la più votata nella capitale, più di Fratelli d'Italia, più del Pd. È esattamente quello che lui sperava. Non importa che sia fuori dal ballottaggio. Non può replicare quello che ha fatto lì, ma il suo «partito» ora è qualcosa di più dell'avventura di un ex ministro in fuga dal Pd.

Le ambizioni di Calenda vanno oltre la scommessa romana. Lo rivela, sottotraccia, la moglie, Violante Guidotti Bentivoglio: «È un risultato eccezionale. Non finisce qui, non è una partita chiusa». L'obiettivo di Calenda adesso è di dare una prospettiva più ampia ad «Azione». Nel panorama politico è di fatto apparso un nuovo pianetino, che sta ruotando velocemente intorno a se stesso e in questo vortice finirà per acquistare massa. Il consenso di Roma potrebbe diventare contagioso. «Azione» è posizionato al centro, non lontano da dove sta Renzi e abbastanza visibile da poter rientrare nel gioco delle federazioni e delle alleanze che diventeranno chiare dopo la scelta del nuovo capo dello Stato.

La presenza di Conte non permette a Calenda di ruotare intorno al Pd, allo stresso tempo il suo peso specifico crea massa al centro, lì dove si sta aggregando la nebulosa Draghi, e potrebbe spostare l'attuale orbita del centrodestra. Fino a dove? È questa la domanda cruciale del «caso Calenda».

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