El Salvador apripista. Ora adotta il Bitcoin

Il Paese più povero al mondo è il primo a introdurre la criptovaluta insieme al dollaro

El Salvador apripista. Ora adotta il Bitcoin

Gli occhi di mezzo mondo sono puntati, assai insolitamente, su uno dei Paesi più poveri del mondo: El Salvador. Nayib Bukele, imaginifico presidente quarantenne di questo staterello centroamericano che campa primariamente sulle rimesse dei suoi emigrati all'estero (molti sono anche qui in Italia, di solito impegnati come badanti o custodi), ha infatti deciso che El Salvador sarà il primo Paese al mondo ad adottare Bitcoin il capostipite delle criptovalute come valuta ufficiale nazionale accanto al dollaro degli Stati Uniti (la storica valuta nazionale, il colòn, è carta straccia da almeno vent'anni).

Una sorta di esperimento in vivo, osservato con estrema attenzione sia da quanti credono fermamente che le criptovalute arriveranno un giorno a soppiantare le attuali monete nazionali e i relativi sistemi bancari tradizionali, sia da coloro che profetizzano che invece di risolvere i problemi causati dalle monete «fisiche», esse ne creeranno degli altri potenzialmente più drammatici: basti pensare alle enormi difficoltà di gestire valute virtuali da parte di chi non dispone di conoscenze e tecnologia adeguate. Questo anche in Paesi avanzati, figurarsi a El Salvador, dove il 70 per cento della popolazione non ha nemmeno un conto in banca.

Tutto ciò premesso, il presidente Bukele ha ormai varcato il suo Rubicone. Già nel giugno scorso, a una conferenza internazionale sulle criptovalute tenuta a Miami, aveva detto di credere che i bitcoin avrebbero reso più facile e conveniente per i salvadoregni che lavorano all'estero inviare denaro a casa: un tema assai sentito in Salvador, considerato che le compagnie di «cash transfer» arrivano a farsi pagare anche più del dieci per cento sul valore totale di ogni transazione. A quanti già allora gli obiettavano che far diventare i bitcoin valuta ufficiale del Paese avrebbe esposto milioni di persone povere e semplici alle brutali fluttuazioni del valore di quella valuta, Bukele replicava di aver fiducia che «questa decisione potrà essere l'inizio di un futuro in cui leader innovatori sapranno reinventare il concetto di finanza, dando aiuto a miliardi di persone nel mondo».

Nayib Bukele gode di enorme popolarità nel suo Paese, anche se i suoi (pochi, al momento) oppositori ne segnalano la tendenza alla megalomania e invitano a diffidare del suo look ostentatamente semplice, jeans aderenti e cappellino da baseball perennemente in testa. L'idea di lanciare il bitcoin come valuta nazionale accanto al dollaro gli è venuta dopo che due californiani, Michael Peterson e Nicolas Burtey, hanno lanciato due anni fa nella località turistica salvadoregna di El Zonte il progetto «Bitcoin Beach»: ogni transazione poteva essere pagata con bitcoin. Passo dopo passo, i due sono riusciti a convincere Bukele dell'opportunità di una rivoluzione monetaria che avrebbe, a loro dire, avvantaggiato i più poveri e creato posti di lavoro e attirato investimenti dall'estero. Ora il dado è tratto: la legge in vigore da ieri prevede che i bitcoin debbano essere accettati come mezzo di pagamento in tutto il Paese qualora vengano offerti, salvo che gli interessati non siano privi della tecnologia necessaria. Per incoraggiarne l'uso, la criptovaluta non sarà soggetta a capital gain e potrà perfino essere utilizzata per pagare le tasse.

Ma per coprirsi le spalle, un fondo di 150 milioni di dollari verrà messo a disposizione della banca di sviluppo del Salvador per permettere a chi lo vorrà di cambiare i bitcoin nei vecchi e sicuri verdoni americani: così a naso, pare difficile che bastino.

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