Francia, scuola e social. Scatta la "resistenza" per il divieto di abaya

La tunica islamica indossata da 300 allieve. In Rete i suggerimenti per la "disobbedienza"

Francia, scuola e social. Scatta la "resistenza" per il divieto di abaya
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Con la campanella del primo giorno di scuola, in Francia è scattata anche l'ora della battaglia legale, della disobbedienza e delle campagne via social a favore dell'abaya. Vietata dal 27 agosto negli istituti scolastici pubblici dell'Esagono, in nome della laicità, la tunica tradizionale che copre dal collo ai piedi, indossata da un numero crescente di fedeli musulmane nei Paesi a maggioranza islamica e in Occidente, è diventata l'ultimo terreno di scontro con un minuscolo zoccolo duro di studentesse, che al divieto proprio non vuole cedere. Secondo il ministro dell'Istruzione Gabriel Attal, al rientro (parziale) fra i banchi lunedì, sono state in tutto 298 le giovani musulmane che si sono presentate con l'abito proibito, per lo più alunne delle scuole superiori - «meno di un centinaio di istituti» - e che vivono in grandi città. Di queste, 231 alla fine hanno accettato di conformarsi alla nuova regola, ispirata al principioche dal 2004 vieta anche il velo islamico in aula, come tutti gli altri simboli evidenti di appartenenza religiosa. Ma in 67 si sono rifiutate di togliere l'abaya e sono tornate a casa. E il numero potrebbe farsi più folto in questi giorni, visto che il 4 settembre hanno rimesso piede nei licei solamente le seconde classi, mentre gli studenti delle prime e degli anni superiori sono stati scaglionati nei giorni successivi.

«Sono per il dialogo, una regola va spiegata», commenta morbido il ministro Attal, dopo aver sfoderato i numeri su Bfmtv e chiarito che anche con le studentesse ribelli si tenterà soprattutto la strada di una comunicazione costruttiva, come è già stato fatto con le giovani, poi convinte a rinunciare all'abaya. Nel frattempo, però, la questione è finita in mano al Consiglio di Stato, il consigliere del governo per la preparazione dei progetti di legge, dopo che l'associazione per i diritti dei musulmani (Adm) venerdì scorso ha presentato ricorso contro il provvedimento introdotto in tempi record dall'esecutivo. Secondo l'Ong, il divieto «viola i diritti dei minori, in quanto si rivolge principalmente a bambini presunti musulmani, creando un rischio di profilazione etnica a scuola». Anche per questo, l'organizzazione ha deferito la questione al difensore dei diritti umani, la mediatrice Claire Hèdon, chiedendole di «intervenire nel procedimento» o di «prendere posizione sul divieto». Il Consiglio di Stato ha cominciato ieri a esaminare la richiesta e si pronuncerà 48 ore dopo aver tratto le proprie conclusioni.

Sulla questione lunedì è intervenuto anche Emmanuel Macron, consapevole di guidare una nazione in cui i musulmani rappresentano il 10% della popolazione. Il capo dello Stato ha denunciato: «Ci sono attacchi alla laicità. Non li lasceremo passare. La scuola nel nostro Paese è laica, gratuita e obbligatoria». Il presidente ha anche dato la sua benedizione alla sperimentazione dell'uniforme a scuola, già annunciata dal ministro Attal, e si è detto ancor più favorevole a un abbigliamento unico per gli studenti, tipo «jeans, maglietta e giacca», che Macron considera «più accettabile» e «può essere visto come un po' meno rigido da un punto di vista disciplinare».

In Rete, intanto, mentre su tv, radio e giornali imperversa il dibattito sulla natura dell'abaya - simbolo religioso oppure semplice abito tradizionale - le giovani musulmane si stanno organizzando per aggirare il divieto e lanciano appelli alla «disobbedienza di massa».

Su Instagram e TikTok - ha svelato un'inchiesta di Lci - proliferano consigli su come aggirare la regola, indossando comunque abiti lunghi e molto ampli, compresi i tailleur. Un modo per sfidare e mettere in difficoltà le autorità francesi.

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