
Eppure i procuratori francesi sono soggetti all'esecutivo: come la mettiamo? I procuratori francesi sono subordinati a una catena di comando il cui vertice è rappresentato dal ministro della Giustizia: proprio l'incubo, in altre parole, che le toghe italiane evocano di continuo in relazione alla riforma Nordio e alla separazione delle carriere tra inquirente e giudicante. I procuratori francesi, come visto, contro Marine Le Pen hanno ottenuto una condanna severa e tecnicamente politica (perché gravida di effetti politici) nonostante siano sottoposti alla supervisione e al controllo della stessa politica, nonostante, ossia, abbiano un piede nel sistema giudiziario e uno nell'esecutivo: hanno ottenuto una ineleggibilità in primo grado per cinque anni e una limitazione della libertà personale per quattro, hanno così pregiudicato le presentazione di Marine Le Pen alle prossime presidenziali che la medesima contava di vincere.
La prima morale apparente, dunque, porterebbe a dire che l'indipendenza di una magistratura non passa da slogan né da sacralità e irresponsabilità sancite per legge, come accade nell'assetto italiano della magistratura, unico al mondo; l'indipendenza della magistratura passa semmai per un'autonomia e una credibilità conquistate nei decenni ma che, nel caso italiano, sono state dilapidate soprattutto negli ultimi trent'anni senza che peraltro la politica riuscisse ad apportare dei correttivi per rendere la corporazione meno intoccabile e meno trincerata dietro i propri privilegi. Mentre nel caso francese, per capirci, l'autonomia e credibilità della magistratura è sancita dal 1790 da un principio di separazione (presente in Costituzione) che vieta ai giudici di «interrompere in qualsiasi modo l'operato dell'autorità amministrativa e di citarne i giudizio gli amministratori pubblici».
Dopodiché, soprattutto in Italia, c'è un'obiezione che sorge spontanea: la sentenza francese, dice, potrebbe essere politica proprio perché i procuratori sono soggetti alla politica. Sul piano logico non fa una piega, ma capite bene che è un cul de sac, non se ne esce: di sentenze politiche si parla in Francia, dove i pm sono soggetti all'esecutivo, ma così pure in Italia, dove invece non lo sono. Anche nel caso francese la tentazione di avere opinioni forti è piuttosto irresistibile. Spesso sono le già citate autonomia e credibilità di una corporazione togata a fare la differenza, ma il punto vero è che è magistratura e politica, soprattutto dal nuovo secolo, sono soggette a un cortocircuito democratico che in parte è irrisolvibile: perché la sovranità appartiene al popolo (dice la Costituzione) ma così pure la giustizia è amministrata in suo nome. Viene spontaneo attribuire un primato a chi dal popolo è stato direttamente eletto (i procuratori europei non lo sono, al contrario di quelli statunitensi) perché è sempre preferibile che un politico sia rimosso dal voto popolare e non da una sentenza emessa da un vincitore di concorso, ma ogni sbilanciamento espone comunque a dei rischi: uno è legittimare un autoritarismo togato che stravolga il dettato democratico, l'altro è legittimare politici populisti che si sentano al di sopra della legge.
In attesa che le democrazie trovino una nuova quadra (la tripartizione dei poteri di Montesquieu ha fatto il suo tempo, forse) va però osservato che le magistrature, oggi, non importa
se siano soggette all'esecutivo, se abbiano le carriere divise, se siano autorevoli o no, se siano francesi o italiane o comunitarie: sono comunque un soggetto politico, e di questo non possono più essere irresponsabili.
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