L'industria italiana cresce più delle altre. Ma l'incubo stagnazione è ancora dietro l'angolo

Fiducia delle imprese in aumento mentre l'economia mondiale fa già i conti con inflazione e crisi degli approvvigionamenti. Fisco, Bonomi insiste sul taglio

L'industria italiana cresce più delle altre. Ma l'incubo stagnazione è ancora dietro l'angolo

L'industria italiana continua a navigare a vele spiegate anche se tutt'intorno si avvertono i primi segnali di burrasca. A ottobre l'indice Pmi manifatturiero si è attestato a 61,1 punti, in aumento dai 59,7 di settembre e ben al di sopra delle stime degli analisti (59,9 punti). Quest'indicatore, calcolato da Ihs Markit sulla base di un sondaggio effettuato interpellando i direttori acquisti delle aziende, si è posizionato sopra la soglia dei 50 punti (spartiacque fra espansione e recessione) per il sedicesimo mese consecutivo. Insomma, sembrerebbe andare tutto bene soprattutto se si confrontano i dati di Eurolandia che ha registrato ovunque cali (in Germania e in Francia si è toccato il livello più basso degli ultimi nove mesi).

Ma è ancora troppo presto per festeggiare quella che la stessa Ihs ha definito «un'altra prestazione strepitosa» con «un miglioramento quasi record». La crescita della domanda, le limitazioni della capacità produttiva causate dallo scarseggiare di alcuni componenti (in primis i microchip) e le pressioni inflazionistiche fanno sì che i tempi medi di consegna rimangano elevati. Insomma, il sistema-Paese si trova dinanzi a un bivio macroeconomico: proseguire sul sentiero di sviluppo che si è aperto dopo la fine del lockdown all'indomani di un crollo monstre del Pil oppure rassegnarsi a un progressivo declino causato dal peggioramento dello scenario macroeconomico. Non si può nascondere che il governo Draghi sia stato decisivo nell'imprimere una svolta e l'ottimismo del premier durante la presentazione della manovra è giustificato. «Il Paese crescerà ben oltre il 6%, è un momento per l'Italia molto favorevole: dobbiamo mantenere questa crescita anche per gli anni futuri», aveva dichiarato.

Il problema, però, è coniugare la crescita a quelle riforme strutturali che possono progressivamente attutire l'impatto dell'inversione del ciclo. Si tratta di un trend cui l'Italia finora si è sottratta perché la maxirecessione del 2020 crea una naturale spinta all'espansione, a differenza di Paesi come Francia e Germania che già risentono delle spinte inflattive.

E proprio l'inflazione e le carenze nella catena degli approvvigionamenti potrebbero rappresentare un fattore chiave. Le aspettative sulla crescita della produzione, segnala Ihs, si stanno affievolendo e, quindi, la crescita che si osserva è soprattutto trainata dall'ottimo andamento delle vendite. Dunque, senza interventi risolutivi si potrebbe assistere una nuova stagnazione. Non a caso Draghi e il ministro dell'Economia, Daniele Franco, hanno approntato una manovra fortemente espansiva da circa 30 miliardi proprio per cercare di sfuggire a questa minaccia. Ma è chiaro che con una crescita dei prezzi prossima al 3% annuo e con alcuni settori già appiedati dalla mancanza di componenti (a ottobre le vendite di auto in Italia sono calate del 35% annuo a causa della carenza di microchip) la sfida parte tutta in salita.

Ecco perché ieri il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, è tornato a chiedere di convogliare il massimo delle risorse disponibili ai tagli del cuneo fiscale magari rivedendo totalmente sia il reddito di cittadinanza («un disincentivo al lavoro») che la flessibilità in uscita per le pensioni («l'emergenza

è creare lavoro»). Senza dubbio quella «crescita duratura» cui fa riferimento Draghi si può ottenere riducendo la pressione fiscale ma con 8 miliardi a disposizione in manovra non si possono, per ora, promettere miracoli.

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