Meloni sta per lasciare la guida dell'Ecr. Il polacco Morawiecki punta alla successione

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A volte da Bruxelles arrivano raccomandazioni che lambiscono il confine del superfluo. Ieri è uscito fuori un dossier coordinato dall'attuale Commissario alla Giustizia, il liberale belga Didier Reynder, che si è avvalso dei soliti funzionari anonimi, che contiene una serie di raccomandazioni di Bruxelles all'Italia sul premierato, sull'informazione e la riforma che cancella l'abuso d'ufficio. Naturalmente tutto sulla base di giudizi di soggetti di parte. La «burocrazia» europea, com'è nel suo stile nel dossier usa un lessico che non calca la mano, solo quel tantino che basta per dare l'idea che la riforma del premierato può essere foriera di una svolta autoritaria, che la libertà di stampa da noi è in ansia e che corriamo il rischio di depotenziare la lotta corruzione. Al resto ci pensa l'opposizione che traduce quelle indicazioni in slogan.

Ora, non fosse altro per onestà intellettuale, si può anche criticare pesantemente il premierato ma considerarlo l'anticamera del fascismo è una menata. Com'è un abbaglio, basta leggere la mazzetta dei giornali italiani, pensare che in Italia non ci sia la libertà di stampa e tantomeno la ragione per dire che siamo diventati un regime può essere una regolamentazione diversa della pubblicazione delle intercettazioni telefoniche e dei verbali delle inchieste giudiziarie, cioè quel circuito mediatico-giudiziario che in ogni democrazia sarebbe considerato una barbarie. Non parliamo poi dell'abolizione dell'abuso d'ufficio, una norma che nasce come richiesta a gran voce dagli amministratori locali di ogni colore.

Per cui questi consigli non richiesti di Bruxelles descrivono un'Italia che non esiste nella realtà, perché non siamo la Russia e neppure l'Ungheria e tra i 27 paesi dell'Unione ce ne sarebbero molti altri che dovrebbero meritare quelle raccomandazioni più di noi.

Su questo è difficile avere dubbi se si vive in Italia. Semmai ci sono pezzi dell'attuale maggioranza di governo che hanno l'inclinazione masochistica a farsi del male. Ad esempio, le parole del presidente del Senato che condannano l'aggressione del giornalista de La Stampa da parte dei militanti di Casa Pound sarebbero state più efficaci se non avessero contenuto quel consiglio di andare a questo tipo di manifestazioni con il cartellino del cronista (e forse anche il passaporto) per evitare aggressioni. Un concetto inutile e dannoso che - come l'inchiesta di Fanpage di qualche settimana fa - ha dato fiato alle polemiche: dai giornali di opposizione fino a Mattarella. E ha messo in imbarazzo l'area più moderata della maggioranza. «Ha perso un'occasione per stare zitto», osserva il capogruppo forzista Barelli mentre il vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè, ne fa una questione di DNA: «È la sua natura, come diceva l'avvocato di JOHNNY Stecchino, è tutta colpa della sua natura».

Il vero problema, però, è che questo autolesionismo finisce per alimentare le menate di Bruxelles.

Solletica la voglia di protagonismo degli oscuri burocrati Ue che offrono un'immagine del nostro Paese che oltre a non essere vera è anche ingiusta. Perché si può avere anche uno scontro politico duro, costellato di polemiche vivaci, ma dare l'idea che nel nostro Paese non si possano esprimere liberamente le proprie opinioni rasenta il ridicolo basta guardare qualsiasi talk show.

Addirittura il ministro della cultura, Gennaro Sangiuliano, è crocifisso ad ogni uscita pubblica per una gaffe.

Al punto che gli è venuta l'idea di dare alle stampe un libro dal titolo: «Le gaffe degli altri». Una raccolta delle corbellerie dette dai suoi critici. «Luca Bottura - racconta leggendo appunti sul telefonino - ha confuso il nome di un ministro croato con quello di un altro Paese. Francesco Merlo ha scambiato Polignano con Putignano. Paolo Mereghetti ha confuso Gianni Schicchi, il personaggio di Puccini, con Riccardo Schicchi, quello di Cicciolina. Per non parlare di Renzi? Nei suoi libri ogni dieci righe c'è un errore.

Ha spostato una battaglia che si svolse a Pistoia a Firenze per licenza poetica. Il più furbo è stato Gramelini, che si è consegnato: È inutile che cerchi i miei errori, te li segnalo io direttamente». È la stampa bellezza.

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