"Non andrò al ristorante". Così Crisanti condanna l'Italia

Il virologo si schiera contro la riapertura dei ristoranti la sera: "Voglio dare il buon esempio". Ma il "buon esempio" si dà seguendo le regole non mandando in malora un intero settore

"Non andrò al ristorante". Così Crisanti condanna l'Italia

Se tutti fossimo come il virologo Andrea Crisanti, direttore di Microbiologia e Virologia all'università di Padova, l'Italia non rialzerebbe mai la testa. O peggio: sprofonderebbe in una crisi economica i cui effetti nefasti finirebbero per riverberarsi negli anni a venire. La sua ultima crociata è contro la riapertura dei ristoranti la sera. Ieri, invitato a Un giorno da pecora, ha messo in chiaro che da lunedì prossimo non metterà più piede in un ristorante. Almeno fino a quando la pandemia da coronavirus non sarà del tutto debellata. "Sono convinto che è sbagliato - ha detto ai microfoni di Rai Radio1 - voglio dare il buon esempio". Peccato che il "buon esempio" non si dia boicottando l'economia italiana (se tutti facessimo come lui, l'intero settore della ristorazione andrebbe a gambe all'aria a tempo zero), ma rispettando le regole con diligenza.

Nell'ultimo anno i ristoratori hanno subito passivamente le intemperie del virus e della politica. Quando c'era da chiudere, hanno abbassato le saracinesche senza fiatare. Quando c'era da riaprire, hanno seguito alla lettera le innumerevoli regole che di volta in volta gli venivano propinate dai tecnici nominati dall'allora premier Giuseppe Conte. Il gel igienizzante all'ingresso? Comprato a litri. Il distanziamento tra i tavoli? Metro alla mano, subito predisposto. I dehors per favorire pranzi e cene all'aperto? Mano al portafoglio, investimento fatto. Digitalizzazione del menu? Più veloci di un clic col mouse. La successiva riduzione delle persone a tavola? Accettata senza troppe smorfie. Qualunque cosa pur di non tener chiusa l'unica fonte di reddito che dà da mangiare alla propria famiglia.

Nemmeno seguire pedissequamente tutte queste regole è bastato ad evitare nuovi lockdown. E così, dopo la scorsa estate, sono finiti in balia di colori che cambiano più velocemente del tempo in primavera. Tutti a sperare nella zona bianca, ma poi a fare irrimediabilmente i conti ogni giorno con diagrammi che non scendevano mai e li condannavano a continue chiusure. Giallo, rosso, arancione. Un inferno. E poi il coprifuoco. Esattamente come in guerra. Così si sono adoperati con l'asporto, sempre sperando che si trattasse di una situazione momentanea. Ma l'emergenza si è fatta endemica e la fine del tunnel si è spostata ogni giorno un po' più in là. Prima la promessa di un autunno di limitazioni per poter salvare il Natale e il Capodanno. Una mera illusione. Una farsa che ha lasciato l'amaro in bocca e le provviste di cibo a marcire invendute. Bruciato dicembre, hanno a lungo sperato prima nel Carnevale e poi in Pasqua. Ma niente da fare. Zero incassi per tutta la stagione. Eppure non si sono dati per vinti. E oggi tornano a sperare nell'estate per poter ripendere a fatturare.

Ora che i ristoratori credono di avercela fatta, ecco spuntare Crisanti che si fa capofila della protesta contro la riapertura. "Da lunedì - ha sentenziato a Un giorno da pecora - non andrò al ristorante perché sono convinto che è sbagliato, voglio dare il buon esempio". Il buon esempio, come dicevamo, non si dà rimanendo chiusi in casa. Se i numeri dicono che si può (finalmente) tornare a vivere, spetta a tutti farlo con coscienza, rispettando il distanziamento e indossando la mascherina. Stiamo infatti parlando di andare a cena al ristorante (per di più all'aperto) e non di assembrarsi in discoteca, uno addosso all'altro. L'atteggiamento di Crisanti è pericoloso e deleterio. E poco importa se poi suggerisce allo Stato di dare ai ristoratori "esattamente quello che hanno dichiarato nelle tasse, lira per lira". Innanzitutto perché sa benissimo che nelle casse pubbliche non ci sono tutti i soldi necessari a coprire l'intera somma. Sa altrettanto bene che se i ristoratori non guadagnano, non pagano le tasse.

E se non pagano le tasse, lo Stato non incassa. E se lo Stato non incassa, non ci sono i soldi per nulla. Nemmeno per pagare gli stipendi pubblici a professori e ricercatori universitari. Avanti così, insomma, si va tutti a gambe all'aria.

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