Resa o resistenza? La scelta agli ucraini

Resa o resistenza? C'è questa domanda che rimbalza nei discorsi sulla guerra, quasi fosse un gioco di società, dove ognuno dispensa consigli e ricette, certezze e soluzioni, discutendo di pace o libertà.

Resa o resistenza? La scelta agli ucraini

Resa o resistenza? C'è questa domanda che rimbalza nei discorsi sulla guerra, quasi fosse un gioco di società, dove ognuno dispensa consigli e ricette, certezze e soluzioni, discutendo di pace o libertà. La speranza è che questa storia finisca, prima che l'imponderabile non lasci più vie di uscita. Solo che questa risposta non la possono dare gli altri, non spetta a chi sta fuori, a chi non vede, a chi non vive, a chi non sta là. Gli unici che possono rispondere sono gli ucraini, perché solo loro conoscono il prezzo della pace e fino a che punto sono disposti a pagarlo. Tutti gli altri parlano a costo zero.

La ragione in questi casi non basta. La guerra non è mai razionale e non si risolve con un algoritmo. È evidente che questa è una roulette russa. Ogni giorno noi umani stiamo premendo il grilletto di una pistola con il terrore che prima o poi il proiettile ti trapassi il cervello. Stiamo sfidando la sorte e già questo dovrebbe far urlare tutti, ma proprio tutti, basta, stop, fermiamoci prima che sia troppo tardi. È probabile che il destino stesso dell'Ucraina sia già scritto, come suggerisce il premier israeliano Naftali Bennett. La Russia non può che vincere, a che serve allora rimandare la resa? Sarebbe un suicidio di massa, come accadde agli zeloti chiusi nella leggendaria fortezza di Masada, nel cuore del deserto, assediata dalle legioni romane di Lucio Flavio Silla. Gli ebrei scelsero di non arrendersi e si tolsero la vita l'uno con l'altro, padri ai figli, madri alle figlie, fratello a fratello. Nessuno sopravvisse. È il mito fondante di Israele. Il giuramento che mai più il popolo di Dio si sarebbe ritrovato in quella condizione senza speranza, costretti a scegliere tra la schiavitù e la vita. «Mai più Masada cadrà».

Volodymyr Zelensky, dicono, dovrebbe accettare la resa, sfuggire al suicidio, e domani creare le condizioni per cui l'Ucraina non sarà mai più costretta con le spalle al muro. Non è viltà, ma buon senso.

È che quel domani potrebbe non arrivare mai. Come fanno gli ucraini a fidarsi di Putin? A Kiev si combatte perché l'alternativa è la sottomissione allo zar. Si combatte per qualcosa che noi, che stiamo fuori, non abbiamo paura di perdere: la libertà.

Non ne conosciamo il prezzo. Non sappiamo neppure cosa voglia dire, sulla pelle, nella testa. È per questo che a noi, agli altri, ci tocca il silenzio. Solo gli ucraini oggi conoscono il peso reale della resa o della resistenza.

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