Gli ultrà si sfogano in piazza "L'Italia sarà una polveriera"

Al Circo Massimo tifosi ed estremisti di destra: assalti ad agenti e cronisti. Due arresti, oltre 140 identificati

Gli ultrà si sfogano in piazza "L'Italia sarà una polveriera"

Servivano più medici che poliziotti e bisognava ricoverare non tanto i corpi, ma gli spiriti di questi ultras, uomini tutti ulcere e colesterolo, che ieri hanno raggiunto Roma, il Circo Massimo, per evacuare i loro stomaci guasti e le loro menti compromesse. E infatti, non era vero che volevano protestare contro il governo di Giuseppe Conte che li ha privati delle curve, la loro tana, e del pallone che è il loro tranquillante. Odiavano indistintamente tutto il paese sobrio di maggioranza e di opposizione. Odiavano la destra democratica, quella che non riconoscevano e insultavano («Giorgia Meloni non ci piace. Matteo Salvini neppure. Non li voteremo mai. Ci fanno schifo»). Odiavano i giornalisti che hanno aggredito, inseguito, tentato di malmenare al grido: «Giornalisti terroristi. Giornalisti terroristi». Si sono presentati perfino peggio sui social, nel gruppo dalle Curve alle piazze dove hanno invitato i partecipanti a sostituire la mascherina con il passamontagna e dove, da mesi, postano i loro orizzonti di gloria, immagini di fumogeni, maschere antigas, avvisi contro gli agenti: «Stiamo arrivando, merde». Sono partiti da Brescia, da Bergamo, dal Veneto, quasi tutti in auto, e si sono abbracciati, non solo metaforicamente, ai loro compagni di bile, ultras di Roma, Lazio, Napoli, squilibrati che intonavano «Duce, duce», ma anche «Viva la f», insomma, i loro esametri dattilici, i classici della sera, le loro ninne nanne.

E hanno preso in giro, per primo, anche Stefano Paderni, riferimento dei Ragazzi d'Italia, il movimento che ha lanciato la manifestazione, un piccolo imprenditore e tifoso del Brescia che si è sgolato davvero dal palco («Tornate qui, tornate qui. Vi prego! Non cedete al tranello»), ma che nulla ha potuto contro la natura del tifoso canaglia e contro l'etimologia della parola che, spiega lo storico John Foot, nel suo bellissimo Calcio Storia dello sport che ha fatto l'Italia viene da typhos, che significa fumo e che è anche una malattia, «l'alterazione dei tifosi è la stessa dei malati di febbre tifoide».

Un altro imbroglio è stata la scelta di indossare la maglia bianca per non farsi etichettare come neri e che esteticamente avrebbe dovuto lavare lo sporco che si portavano dentro, ma che non ha permesso di separare e riconoscere l'angoscia vera come quella di Giacomo, falegname senza denaro («Credimi, non mi è arrivato nulla dei soldi promessi») trascinato facilmente per disperazione. Volevano essere cinquemila, ma erano forse mille e però gli prudevano le mani e anche la musica li caricava allo scontro. La canzone più passata è stata Sunday bloody Sunday degli U2 e poi tanto metal per surrogare l'assenza di lame e arnesi.

Tra di loro si è visto anche il leader di Forza Nuova, Roberto Fiore, e tutta quella squinternata milizia che tiene busti da ventennio sul comodino. Non sono fascisti nostalgici, ma solo imbecilli del nostro tempo. Gira voce che avessero chiesto Piazza Venezia, ma che la questura gliel'abbia negata. «Non è vero» ci risponde Giuseppe di Latina. A proposito, quanto avete speso? «Ottanta euro a testa. Ci siamo autofinanziati. Guarda che l'Italia sarà una polveriera. Non siamo qui come tifosi e non siamo negazionisti come i gilet arancioni». E allora cosa volete? «Aiuti subito e diretti». Non è che volete tornare allo stadio alla vecchia maniera? «Certo, non possiamo immaginarci distanziati». La verità è che non riescono a pensare a un mondo di buone maniere. Prima dell'intervento previsto, si picchiano fra di loro, caricano stampa, operatori e naturalmente attaccano la polizia che li chiude e che ne identifica oltre 140, e ne arresta un paio.

Nessuno ha dunque sentito le parole che, dal palco, forse ci sono state, ma subito coperte dallo scoppio dei petardi, dalle aste delle bandiere sfasciate e dalle ambulanze che sgommavano. Non volevano manifestare il disagio, ma solo dimostrare di avere il primato della violenza.

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