Quando Rasmussen svelò i segreti della Groenlandia

Ecco i Diari del grande esploratore danese che nel 1912 si avventurò fra i ghiacci dell'estremo Nord

Quando Rasmussen svelò i segreti della Groenlandia

All'inizio del Novecento, la Groenlandia è ancora un gigantesco mistero bianco. A lungo, dall'arrivo dei norreni nel X secolo fino alla prima metà del Settecento, questa terra è un'isola in tutti i sensi. I contatti con il resto del mondo sono nulli, fino a che, a metà del XVIII secolo, tornano a fare capolino i danesi. I quali però, per un altro centinaio di anni, si accontentano di conoscere (più o meno) le due coste meridionali, a oriente e soprattutto a occidente, dove si trovano i pochi villaggi inuit. Alla fine dell'Ottocento, qualcuno inizia a interessarsi a quell'enorme area coperta dalla calotta glaciale, che costituisce l'ottanta per cento del Paese: così partono le prime spedizioni, quella dello svedese Nordenskiöld nell'83, quella dell'americano Peary nell'86, quella del norvegese Nansen nell'88. Nessuno però si spinge nell'estremo Nord, oltre il 77esimo parallelo. Ci prova Robert Peary, il quale sostiene due cose: primo, di avere toccato per primo il Polo Nord con la slitta, nel 1909 (cosa che gli sarà assai contestata); secondo, di avere scoperto una baia, da lui nominata Independence Day perché ci capita il 4 luglio del 1892, che si trova nella parte più settentrionale della costa orientale e oltre la quale si apre un fiordo che non è semplicemente un'insenatura, bensì un vero e proprio canale, il «canale di Peary». E quindi, se c'è un canale, dall'altra parte c'è un'isola: la «Terra di Peary», separata dalla Groenlandia, sulla quale gli Stati Uniti iniziano subito a fare un pensierino...

Insomma è l'inizio del '900 e la Danimarca vuole vederci chiaro, non solo per amore della correttezza geografica, ovviamente: da sempre reclama la sovranità sulla Groenlandia, ma un conto sono i proclami, un conto la realtà. E se poi spunta perfino un'altra terra, scoperta dagli americani, la situazione può complicarsi ulteriormente. Così nel 1906 parte una prima spedizione, guidata da Mylius-Erichsen, per scoprire se il canale di Peary sia, effettivamente, un canale. Ma la squadra non fa ritorno, e nel 1909 Ejnar Mikkelsen parte alla ricerca di Mylius-Erichsen e compagni: in un cairn, un rifugio fra i ghiacci, trova il corpo di uno di loro e le carte della spedizione, che attestano l'inesistenza del canale. Ma Mikkelsen si perde. Peggio ancora, in quel cairn non lascia alcun resoconto delle scoperte fatte e dei documenti ritrovati. Ci vogliono due anni per recuperare questa seconda squadra e nel frattempo non si sa nulla della fantomatica isola oltre l'isola.

È a questo punto che, nella primavera del 1912, Knud Rasmussen (1879 - 1933) si mette in cammino. Rasmussen non è un esploratore qualsiasi: in Groenlandia è nato (nell'attuale Ilulissat) e ha vissuto fino a dodici anni, imparando la lingua e le tradizioni inuit dalla nonna e i segreti per condurre i cani e per cacciare alla groenlandese dai suoi amici. Fra il 1902 e il 1904 ha già compiuto quella che viene definita la «Spedizione letteraria» lungo la costa occidentale, da cui nasce il suo primo bestseller, Nye mennesker, «Nuova gente», in cui racconta degli inuit; nel 1909 crea una base a Capo York e poi una stazione commerciale ancora più a Nord, a Thule (dove poi sorge la base americana di Pituffik). È da Thule che Rasmussen parte per l'esplorazione della Groenlandia e, per primo, ne svela i tesori, la geografia, la cultura, il paesaggio, la durezza e la bellezza. Nel corso di oltre vent'anni compie sette spedizioni, di cui la più celebre è la quinta: il resoconto finisce in dieci volumi di taglio scientifico e in un libro divulgativo (Il grande viaggio in slitta, Quodlibet 2011) e, per i lettori italiani, anche nella raccolta Aua (Adelphi 2018) che racconta l'incontro con uno sciamano inuit. Ma il «Diario di viaggio» della prima spedizione, quella del 1912, arriva ora in libreria grazie a Iperborea, a cura di Bruno Berni (traduttore italiano di Rasmussen e autore anche della bellissima introduzione): si intitola A Nord di Thule (pagg. 254, euro 18,50) ed è una testimonianza storica, scientifica e letteraria insieme. Finalmente il «deserto bianco» viene esplorato in lungo e in largo da Rasmussen e compagni, che raccolgono campioni botanici e zoologici, effettuano misurazioni, mappano il territorio: scoprono che il canale di Perry non esiste e che, proprio nell'estremo Nord, c'è una valle piena di fiori (la «Valle dei papaveri»), vedono combattere i buoi muschiati (che a Rasmussen ricordano, per la potenza esplosiva, i maschi di balena innamorati), cacciano selvaggina e foche (indimenticabile l'agguato di «stella», il compagno groenlandese, che si finge una foca), osservano sconcertati i cani da slitta che si divorano a vicenda, leggono I promessi sposi al riparo nella tenda, costruiscono igloo, scalano ghiacciai, scampano a tempeste, venti, fame, distacchi della banchisa, insolazioni...

«Il nostro sogno bianco» lo chiama Rasmussen, che ci porta in un mondo ostico e meraviglioso, di poesia e avventura. E ci dimostra, ancora una volta, come basti andare a vedere con i propri occhi per scoprire quale sia la realtà, oltre ogni finzione.

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