Rapper e monologhi? Ma va', l'Ariston se lo prendono Al Bano, Morandi e Ranieri

Il super trio di cantanti fa impazzire il pubblico. Amadeus fra gag e spot Rai. La denuncia di Pegah

Rapper e monologhi? Ma va', l'Ariston se lo prendono Al Bano, Morandi e Ranieri

Il minculpop sanremese brinda al record di share. Tiene le mezze luci sul numero di telespettatori, tre milioni in meno rispetto allo scorso anno. Colpa o merito del football che fino alle ventidue e trenta ha distratto e tenuto assieme il popolo dei tifosi per la vittoria della Juventus a Salerno. Dicono gli aruspici che si possano ripetere gli esiti del 2013, infatti la Juventus giocò a Glasgow in Champions e passò con lo stesso risultato di martedì, 3 a 0. La data? Il 12 febbraio, prima serata del Festival che sarebbe stato poi vinto da Marco Mengoni con L'essenziale. Sarà il destino ma i bookmakers, senza guardare il volo degli uccelli o consultare il calendario agonistico, prevedono uguale epilogo. Algoritmi e intelligenze artificiali devono fare i conti con Sanremo che è un evento imprevedibile, per i comportamenti del teddy boy Blanco e il narcisismo infantile di lady C o per la genialità scorretta e immorale di Angelo Duro. Il festival ha il suo cerimoniale per la maggior parte finto, le gag di Amadeus sono il buffo risultato di grandi idee d'autore, aggalla una lieve ignoranza mascherata dalla frequentazione dei marciapiedi radiotelevisivi, va da sé come certi paragoni siano impossibili o fastidiosi, basta dire Pippo o Mike e non serve aggiungere altro, soprattutto immaginando la reazione dei suddetti ai vari Bugo-Morgan-Blanco, così come l'assenza di Vincenzo Mollica è un vuoto riempito di nulla. Oggi è roba diversa, siamo di fronte al totem, il noto A, lo spirito protettivo della Rai e, a seguire, degli sponsor e di parte della stampa ben gestita di procuratori.

I trecento minuti serali del Festival, con l'extratime notturno di Fiorello, sono una provocazione e, insieme, un'offesa ai lavoratori e alle stesse famiglie, stremate dallo spettacolo più lungo dell'anno e costrette a risvegli faticosi per ritrovarsi, nuovamente, con tutto il Festival minuto per minuto già all'ora del cappuccino, mentre la compagnia di giro, Rai un, due e tre, è pronta a muovere il turibolo e a inginocchiarsi dinanzi ai fenomeni di carta. Basta osservare la prima fila dell'Ariston, prontamente inquadrata dai Fellini 2.0 in regia: qui stanno seduti signori, signore, parenti e affini della stessa ditta, come accade nelle sagre paesane, mancano il comandante dei vigili urbani e il parroco, poi la fotografia sarebbe perfetta. La messa cantata, è il caso di ribadirlo davvero, non è lo specchio del Paese, semmai è il contrario, è l'Italia lo specchio del Festival, con la stessa propaganda politica di giornata, gli stessi messaggi confezionati con il labbro tremulo, una lacrima sul viso e il cachet, non la pastiglia per l'emicrania, ma l'ingaggio assicurato e mai reso pubblico, forse per un nascosto senso di vergogna.

Solita fibrillazione per la seconda serata che ha trasformato il lercio in zucchero a velo. Per camuffare l'hooligan del giorno prima è arrivato il vero e unico fuoriclasse del palcoscenico, Gianni Morandi reduce dalle pulizie, dunque con ramazza, ha intonato Grazie dei fior e poi ha aperto il giro dei cantanti. Per alcuni di questi, o queste, sarebbero opportuni i sottotitoli per decifrare le parole di testi, anche belli ma incomprensibili per pronuncia rappata. Chi ha bisogno di leggere tutto sul gobbo è il presentatore, costretto a markettare un'altra produzione Rai e l'esposizione della maglietta del Napoli con doppio sponsor, tutto sulle spalle degli abbonati, ça va sans dire. Nel giro di qualche minuto si è passati dalla generzione Zeta small del fenomeno Mario Di Leva agli extraboomer Morandi-Ranieri-Al Bano, i migliori anni della musica italiana, standing ovation prevista come per i Pooh martedì e prossimamente su questi schermi con Vanoni-Paoli. La storia non si cancella, niente messaggi, né bluff, niente abiti strambi e zazzere impossibili, solo il mezzo panama di Al Bano, roba nostrana e doc. Purtroppo sono poi apparsi i Black Eyed Peas, reduci da sé stessi.

Dolce, forte, profonda, invece, la scena riservata a Pegah (con Drusilla) e il suo appello alla libertà del popolo iraniano, la rivoluzione è entrata a Sanremo, senza enfasi ma con il sentimento di una ragazza lucana

scappata dal terrore di Teheran, con la speranza malinconica ma viva di un Paese liberato e libero. A questo punto si poteva andare a letto ma si sa, prima delle tre di notte là dove c'era il monoscopio oggi c'è il Festival.

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