Così la Repubblica (minoritaria) cacciò Casa Savoia

Aldo A. Mola racconta ai lettori del "Giornale" l'ingiusta fine di un regno il 2 giugno 1946

Così la Repubblica (minoritaria) cacciò Casa Savoia

Nel giugno 1946 l'Italia visse la svolta più profonda dell'unificazione nazionale. Ne furono protagonisti la Corona, il governo e la Corte Suprema di Cassazione. Il 2-3 giugno gli italiani scelsero la forma dello Stato ed elessero l'Assemblea costituente. Dal 4 al 10 re Umberto II e il Consiglio dei ministri procedettero su binari paralleli: colloqui e messaggi. Poi tutto precipitò, per crisi interna, non internazionale. Il 5 marzo a Fulton, presente Truman, presidente degli USA, il premier inglese Churchill aveva denunciato la cortina di ferro calata dall'URSS di Stalin dal Baltico a Trieste. Con la resa del settembre 1943, grazie a Vittorio Emanuele III e ai suoi generali/diplomatici, l'Italia era saldamente in Occidente. Ma per gli americani la monarchia non era indispensabile.

Secondo l'Istat il 31 dicembre 1945 gli italiani con diritto di voto erano circa 28 milioni. Ai seggi ne andarono quasi 25 milioni. I 3 milioni mancanti non furono astenuti ma esclusi: i quasi 700mila elettori di Bolzano e della XII Circoscrizione (Venezia Giulia), ancora in discussione; quasi 300mila prigionieri di guerra o dispersi; 500mila privati del diritto di voto per motivi politici; 1,5 milioni non ricevettero il certificato elettorale. Sino alla sera del 4 la monarchia parve in vantaggio. Sull'inizio del 5 la repubblica passò in testa. Le edizioni mattutine di alcuni giornali e il ministro dell'Interno, Giuseppe Romita, monarcofago, affermarono che essa era in vantaggio di 2 milioni di voti. I decreti legge istitutivi e attuativi delle votazioni imponevano che gli Uffici elettorali circoscrizionali comunicassero i risultati a quello Centrale e che la somma dei voti venisse annunciata alla presenza della Corte di Cassazione. Il suo presidente, Giuseppe Pagano, magistrato integerrimo, la convocò nella Sala della Lupa di Montecitorio alle 18 del 10 giugno. Dall'8 sacchi di verbali e atti vari affluirono a Roma con tutti i mezzi disponibili.

Nel frattempo le posizioni si cristallizzarono. I voti assegnati per la Costituente non lasciarono dubbi. Vinsero DC, PSI e PCI. I partiti dichiaratamente o tiepidamente monarchici ottennero pochi seggi. La Corona rimase indifesa. La sera del 5 la Regina, le figlie e il principe Vittorio Emanuele, di 9 anni, lasciarono il Quirinale per Napoli e l'indomani salparono per il Portogallo. Il segnale era chiaro. Re dal 9 maggio, quando il padre aveva abdicato, Umberto II andò in visita da Pio XII e convitò i parenti alla Mensa Nobile del Quirinale: quando fosse partito dall'Italia dovevano fare altrettanto.

Il 10, ascoltata la litania dei voti espressi, Pagano ne prese atto, ma poiché mancavano i dati di un centinaio di sezioni rinviò l'adunanza al 18 giugno e, a sorpresa, chiese il rendiconto delle schede bianche e nulle.

Nella notte sull'11 il governo dichiarò che ormai l'Italia era Repubblica. Dopo un braccio di ferro di 24 ore, alle 0.15 di giovedì 13, col voto contrario del solo Leone Cattani, esso conferì le funzioni di Capo dello Stato al presidente del Consiglio. Umberto II lo apprese mentre cenava a casa del senatore Alberto Bergamini. Che cosa fare? Tra quattro ipotesi (disconoscere il governo e formarne un altro, arroccarsi al Quirinale, trasferirsi da Roma in attesa degli eventi, partire dall'Italia e protestare) scelse la quarta. L'Italia era blindata contro ogni attacco esterno e gli anglo-americani avrebbero soffocato insurrezioni contro i poteri dello Stato, ma la contrapposizione sanguinosa tra monarchici e repubblicani avrebbe aperto ferite in un corpo già provato. L'ammiraglio Ellery Stone pilatescamente non garantì l'incolumità personale del sovrano: questione interna.

Partito il Re da Ciampino alle 16 del 13 giugno, iniziò il computo affannoso delle schede bianche, nulle, annullate e non assegnate. Documenti prima inediti provano che, mentre l'Ufficio elettorale centrale esaminava (per modo di dire) 20mila ricorsi su 35mila seggi, i dati conteggiati alla carlona furono «avviati» alle calcolatrici. Un brogliaccio conservato all'Archivio Centrale dello Stato prova che mancavano i risultati definitivi di centinaia di sezioni. Poco prima della seduta del 18 giugno, respinti tanti ricorsi di vario rilievo, contro il voto di sei giudici compreso il Presidente, la Corte stabilì che votante significa voto valido, non chi va al seggio e vota: un colpo contro il dizionario della lingua italiana per chiudere la partita con 2 milioni voti di vantaggio per la repubblica. La massa di schede bianche e nulle disparve. La Corte non aveva poteri investigativi e da giorni Togliatti aveva insinuato che «forse» le schede erano già state distrutte. D'altronde ormai il re aveva lasciato l'Italia sciogliendo dal giuramento di fedeltà alla Corona (ma non alla Patria) quanti l'aveva pronunciato.

Il 19 giugno uscì il primo numero della Gazzetta Ufficiale con l'annuncio della Repubblica, nata dal consenso del 46% degli elettori: 12.700.000 elettori su 28.000.000. Minoritaria. Settantacinque anni dopo, quel mese cruciale merita di essere ripercorso documenti alla mano.

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