"L'attrito del tempo" intacca la letteratura ma non i saggi di Amis

Riflessioni e reportage in una raccolta che è già fra i libri-strenna Oltremanica

"L'attrito del tempo" intacca la letteratura ma non i saggi di Amis

da Londra

Sempre sferzante, ma immancabilmente preciso, e non solo con «il quarto potere albionico», per citare una sua espressione ricorrente, sulla soglia dei settant'anni Martin Amis non è cambiato, resta uno scrittore iconoclasta e controverso, l'enfant terrible della letteratura che aveva dichiarato di trovare «qualcosa di umiliante nella lettura dei giovani scrittori... quei saputelli presuntuosi che uno non leggerebbe se non per una curiosità sociologica». Lui preferisce la lettura, e soprattutto «la rilettura», degli scrittori in cui gioca a specchiarsi, nella «sublime energia» di Nabokov, nell'ampia visione e nella prosa di Saul Bellow, per sua ammissione forse l'autore che dopo Shakespeare ammira di più.

In una precedente raccolta di saggi, del 2001, dal titolo The War Against Cliches lo scrittore alzava la penna contro i pregiudizi e i luoghi comuni imperanti, soprattutto in Inghilterra dove la narrativa letteraria «solitamente era una sfera minore». Oggi riporta in libreria il suo spirito caustico e la sua scrittura brillante nel volume The Rub of Time: Bellow, Nabokov, Hitchens, Travolta, Trump and Other Pieces, 1986-2016 (Londra, Edizioni J. Cape, pagg. 356, sterline 20), trent'anni di riflessioni sull'attrito del tempo raccolte in un'antologia di scritti giornalistici e saggi su temi disparati, dalle due «vette gemelle» Nabokov-Bellow, agli scrittori a cui era personalmente vicino quali Chistopher Hitchens e suo padre Kingsley Amis, alla casa reale inglese, l'industria pornografica, il tennis, il partito repubblicano in America, Donald Trump, la criminalità in Colombia, tutti esercizi di virtuosismo linguistico tenuti insieme dal filo robusto della sua personalità. Niente di strano in questo, osserva in una nota introduttiva, se un romanzo può avere vita indipendente dal suo autore, la prosa discorsiva di un saggio e di un reportage non può prescindere dall'ego. Se i suoi ultimi romanzi hanno scatenato più critiche negative quando non feroci, nella saggistica letteraria l'intuito di Amis è sempre insuperabile, e questa è una raccolta importante, piena di tesori, la sua critica è profonda e formidabile, vale tutta l'ammirazione che dispensa al Nabokov dei primi anni, «si buttava in tutto quello che faceva con tutto quello che aveva». E infatti la critica anglosassone l'ha subito elogiato, consigliandolo come regalo di Natale (anche il serio Financial Times l'ha inserito nella lista).

Organizzato tematicamente, The Rub of Time, l'attrito del tempo, è un testo smagliante, erudito, impavido. Nei pezzi politici il tono è sardonico, sentimentale quando parla della principessa Diana, brillante quando parla dei dolori e delle umiliazioni dell'invecchiamento e la consolazione della memoria, bruciante nel suo rifiuto della morte. Amis è fiero delle sue parole, tiene a specificare per esempio di non essere «islamofobo» bensì «islamismofobo» e difende l'invenzione del termine «orrorismo» distinto da «terrorismo». In questi saggi dice di soccombere inevitabilmente al «peccato naturale del linguaggio», parafrasando la riflessione di Eliot sull'«indocilità» e la «promiscuità» della lingua, ossia il vizio delle parole di resistere anche la penna più esperta. Ma si impegna ad essere chiaro, meno ambiguo, preciso.

I saggi sulla scrittura sono la parte portante dell'antologia, spaziando da Jane Austen a Philip Roth, all'ammirato John Updike, a JG Ballard che ritiene un classico, il ritratto della personalità di Iris Murdoch a Oxford malata di Alzheimer è molto accurato ed è il ritratto di una certa Inghilterra: lei e il marito, il critico letterario John Bayley amavano invecchiare e essere malati, «erano quel tipo di coppia inglese che preferiva l'inverno all'estate, la pioggia, la malinconia, l'isolamento, il silenzio... vivere nello squallore della polvere e degli abiti sudici».

Ma la soddisfazione più grande sono le riflessioni su Saul Bellow e Vladimir Nabokov, le due vette gemelle che dominano il libro dall'inizio alla fine, e le digressioni che ne derivano. Scrivendo di Saul Bellow, che venera come il più grande scrittore americano e dal quale dice di continuare a imparare, osserva che «i critici dovrebbero restare attaccati all'elemento umano, e non soltanto laminare il testo con ulteriori astrusità» come è costume in molti circoli universitari. Bellow emerge supremo fra gli scrittori in America per la sua «rampante istintività, una mente eccezionalmente attenta che sa cogliere tutto ovunque». Inoltre il suo principio centrale impone a uno scrittore di «resistere le pesanti influenze» di gente come Flaubert e Marx così come «la forza bruta della moltitudine», perché l'immaginazione possiede una «eterna naiveté» che non può permettersi di perdere. La tendenza visionaria in Bellow è una qualità necessaria all'interpretazione del Nuovo mondo da parte di un immigrato, ma «nella superficie verbale, nello strumento della prosa, Bellow non ha rivali, non Hawthorne, non Melville, non Faulkner». Solo Henry James, la cui prosa però secondo Amis soffre di un'eccessiva predisposizione al vizio delle «variazione eleganti», dimostrando un «eccesso di ricercatezza... una mancanza di candore e di impegno».

Nonostante la sua venerazione per Nabokov, l'eterno émigré distintamente russo nella sua «fertile instabilità», Amis percepisce nelle ultime opere una fatale caduta, «lo splendore e la vitalità cominciano a sbiadire, la spinta narrativa e la modulazione stilistica si afflosciano: il genio si accartoccia su di sé, il talento avvizzisce e muore». Ada non è la summa della sua arte, ma un «tragico fallimento» scrive citando Borges, paragonabile al caos de La veglia di Finnegan di Joyce.

Martin Amis disdegna gli incarichi universitari, una perdita di

tempo come il vuoto virtuosimo e i premi alla vanità, l'amore per i libri e la lettura in lui è sollecitato dal piacere puro. Il talento, dice, si indebolisce con l'età. Ma una passione per la lingua, «non appassisce mai».

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