Quando don Sturzo sognava il "popolarismo" che l'Italia ha rinnegato

Lo storico Flavio Felice ci fa riscoprire il pensiero pluralista e anti nazionalista del sacerdote

Quando don Sturzo sognava il "popolarismo" che l'Italia ha rinnegato

Nonostante sia stato uno dei protagonisti della storia intellettuale e civile del Novecento italiano, Luigi Sturzo è stato presto museificato perfino da quanti si richiamavano a lui.

Nei decenni del potere democristiano, infatti, il sacerdote siciliano è stato ridotto a un piccolo santino da usare in occasione di convegni e commemorazioni, ma senza che le sue idee venissero attualizzate. Anche il fatto che, una volta nominato senatore a vita, egli abbia scelto di aderire al gruppo misto e non a quello della Democrazia cristiana, è stato spesso taciuto: dato che avrebbe evidenziato la sua distanza dal sistema politico impostosi all'indomani della Seconda guerra mondiale.

In maniera meritoria torna ad accendere i riflettori su Sturzo un denso studio di Flavio Felice (I limiti del popolo. Democrazia e autorità politica nel pensiero di Luigi Sturzo, edito da Rubbettino e in vendita a 25 euro), che tra i molti pregi ha quello di evidenziare come l'insegnamento sturziano abbia sempre posto al centro l'autonomia della società rispetto al potere.

Mostrando una chiara attenzione a dibattiti contemporanei, il volume insiste a più riprese sul fatto che in Sturzo la nozione di popolo sia sempre declinata, per così dire, al plurale. Contrario a ogni visione collettivista e nemico di ogni esaltazione religiosa dello Stato, il sacerdote siciliano considerava le istituzioni quali semplici strumenti, non già nelle mani di un'astratta e indefinibile comunità, ma invece di concrete persone variamente raccordate tra loro.

Non a caso, uno degli elementi precipui della prospettiva del popolarismo sturziano è il municipalismo: all'ideologia astratta della nazione, insomma, egli oppone la concretezza di persone che si conoscono, che sono chiamate a farsi carico di problemi condivisi, che si confrontano direttamente e devono farlo in maniera responsabile.

Per questo motivo tornare a Sturzo significa immunizzarsi da Jean-Jacques Rousseau, dato che il prete di Caltagirone guardò assai correttamente alla teoria della sovranità popolare assoluta «come a una derivazione della teoria delle monarchie di diritto divino» (per usare le sue stesse parole). Una volta fattosi divinità, lo Stato non poteva che divenire totalitario.

Quando esamina la nozione di popolo che è al cuore del popolarismo sturziano, allora, Felice ricorre spesso al termine «plurarchia», a evidenziare che il popolo non è un'unità che possa legittimare il potere sovrano (come per socialisti e nazionalisti), ma invece esso s'esprime «perfino in forma rivoluzionaria come l'antitesi alle classi dirigenti, che detengono il potere e che fanno coincidere la loro stessa esistenza con quella dello Stato».

Alla luce di tutto ciò, il fascismo non è più una parentesi entro una storia luminosa. Al contrario, l'autoritarismo mussoliniano è una cosa sola con l'esaltazione della nazione di matrice ottocentesca, con la difesa del potere statale quale unica condizione per la convivenza, con il mito giacobino di una comunità originaria, incontaminata, perfetta.

A giudizio di Sturzo è necessario proteggere il confronto aperto tra quanti discutono, contrattano e negoziano, perché nell'imperfezione dei rapporti umani si manifesta quella libertà su cui si reggono gli ordinamenti davvero rispettosi dei singoli e delle comunità.

In maniera non sorprendente, per Sturzo le grandi questioni alla fine sono metafisiche. Quando s'oppone alla statolatria egli intende evidenziare lo Stato è solo un mezzo, e mai un fine, e che per questo motivo esso non deve mai neppure possedere, regolare o controllare tutti i mezzi (perché in quel caso disporrebbe di tutti i fini, per ricordare qui una celebre formula di Friedrich von Hayek).

Nelle conclusioni al libro Felice ricorda, molto opportunamente, come Sturzo sia stato vittima di una damnatio memoriae: come sia stato marginalizzato dalle culture che hanno dominato la scena intellettuale della nostra età repubblicana. Non a caso, quando egli torna in Italia dopo l'esilio inglese e americano i suoi interventi sull'attualità (non di rado assai polemici) non sono pubblicati sulle grandi testate dell'informazione italiana, ma sul piccolo Giornale d'Italia.

Cosa c'era di veramente inaccettabile, nelle idee di Sturzo, per le classi dirigenti del Dopoguerra? Vi era la sua predilezione per l'economia di mercato, contro il clientelismo e la corruzione delle partecipazioni pubbliche (e contro l'assistenzialismo che egli imputò, ad esempio, a un La Pira).

Vi era pure il rigetto di ogni celebrazione del potere («l'origine di tutti i diritti e il fine di ogni attività politica», a giudizio di tanti) e la ripresa di quella visione cristiana secondo la quale «la legge era superiore al potere e le sue norme obbligavano sia i sovrani sia i popoli».

L'idea di una pari dignità ontologica tra quanti sono governanti e quanti sono governati era insomma cruciale nel popolarismo sturziano. Probabilmente, per uscire dal disastro attuale bisognerà partire proprio da lì.

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