"Spirdu": il romanzo gotico sussurra in siciliano stretto

Orazio Labbate porta il lettore in un viaggio oscuro che racconta un'isola sospesa tra modernità e mistero

"Spirdu": il romanzo gotico sussurra in siciliano stretto

«Dall'orrore del cielo non venivano fuori le stelle. Ffunìvunu depresse nel mondo più sconvolgente della vigilia di Natale». Comincia così Spirdu, il nuovo romanzo di Orazio Labbate (Italo Svevo, pagg. 171, euro 16), capofila del gotico siciliano, autore di romanzi quali Lo Scuru (2014) e Suttaterra (2017), entrambi editi da Tunuè, nella collana diretta da Vanni Santoni. Un libro misterioso, un horror metafisico, sorretto da un impasto linguistico creato con la calce del dialetto siciliano (in fondo al libro un glossario per orientarsi) e l'argilla dell'italiano letterario. Una lingua quasi iniziatica, feroce, primitiva, intinta nel sacro. Ben lontana dal siciliano turistico di Camilleri.

Anche questa volta, quella rappresentata è una Sicilia crocevia di moderno e antico, fatta di una religiosità tutta calata nei riti, nelle superstizioni, nelle processioni, negli esorcismi, nelle «madonne e santi e ostie», nei «vangeli neri», dove «Cristo con la croce parla solo per bisbigli, come i morti, vicino alla crùci», mentre «il Diavulu parlerà per terremoti».

Una Sicilia spettrale, attraversata da «pali del telefono che ardono nottetempo nella strada che collega Butera a Gela, e uno scirocco ossidrico che devasta», su cui aleggia l'ombra di moderni serial killer in stile americano. E al centro sempre Butera, la Providence di Labbate: «Butera arrugginita di carne, Butera deformata dalle frane di nessun Diu, Butera burrone dell'animalesca gelosia degli unsù, Butera carne affumicata e penzolante di due divinità senza corona di spine e senza cuori tagghiàti». Thomas Ligotti, Cormac McCarthy, William T. Vollmann, i riferimenti letterari. La citazione in esergo è di quest'ultimo: «Posto che i morti continuino a vivere, i vivi devono assomigliargli. Ammettendo tale somiglianza, non dovremmo escludere la possibilità di essere, già ora, defunti».

È «come se Consolo e Bufalino fossero immersi nell'horror. Come se la Sicilia tra Butera e Gela dilagasse nella Louisiana di True Detective» ha scritto Antonio Franchini. In Spirdu tutto odora di terra, di sepoltura («l'escrescenza maligna del dominio radicale della morte»), di demoni, di sacrilegio. Tutto urla, a partire dai nomi dei personaggi: se non proprio nomi parlanti, senz'altro performanti, nomi-cose, nomi-azione. Innanzitutto i due protagonisti: Jedediah Faluci, giovane esorcista che vive a Falconara presso l'ex macelleria del padre («Ppò Signuri gli bruciava didentro il cuore con stupefacente mobilità, da quand'aveva le ossa tenere di carusu timido, e la faccia sembrava un pezzo di fettuccia sporca e piducchiùsa, contusa ormai a causa di quelle notti continue e preparatorie ai piedi dell'abbandonato castello di Falconara»); e Kathrine Pancamo, detective motociclista del dipartimento di polizia di Milton, West Virginia («C'era, nell'aria di Milton, un odore di noccioline stantie. Qualcosa di torvo e congestionato persino si purtàva a mutasùrda cadaveri e peccati»), cresciuta in un lugubre orfanotrofio e che trova pace solo nella frequentazione del peccato («A Kathrine Pancamo, da piccìdda, tutta la carne per fare mangiare lo spirito non sarebbe bastata. Carne da macello, la carne impaurita e a troncafìlo degli uccelli, la carne essiccata che veloce riduceva a pezzettini, come surci, perché lo stomaco le smettesse di tremare»). E poi tutti gli altri, i cui oscuri legami di sangue si rivelano via via: Peep Faustino Faluci, «basso e sovrappeso, un mastazzuòlu pressato», padre di Jedediah («Impara a vedere u Diavulu come fai coi numeri delle carni che marchio, Jededì, figghiu miu»); John Papa Petralia, custode dell'orfanotrofio Saint Judith's («un bruno torsolo fatto di mattoni»); Ludmilla Petralia, «sottile di corpo, butterata da facci; lo scheletro di una buccia di mandarino»; Nele Scuderi, carrozziere «di cervello fino», un tempo parroco della chiesa madre di Licata, perennemente visitato da un'upupa, «l'acièddu do Diavulu e dei morti«; la «canuta e arcana» Christobel Hightower, badessa dell'orfanotrofio Saint Judith's; Jack Boccadifuoco, meccanico di Milton; Maria Boccadifuoco, sorella maggiore di Jack e moglie di Giuseppe Buscemi; Razziddu Buscemi, avvocato e predicatore di Milton, «un demone perseverante d'odio»; Giuseppe Buscemi, becchino di Milton e figlio di Razziddu; Rosa Martorana, moglie di Razziddu e madre di Giuseppe; padre Provinzano, ex parroco del santuario San Rocco di Butera; Tatanu Buttiglieri, barista della locanda Spinacardidda. Una galleria di personaggi spettrali, arcani.

Ma soprattutto una strana coppia, quella formata dall'esorcista siciliano, che ha trascorso i suoi anni «spossessando senza requie cristiani vastàsi e rustici», tra le «malcreate campagne di Butera», e dalla giovane detective americana dotata di una logica stringente e disperata («aveva la guardata colma di logica insolente e discola, ma si percepivano in lei gli indizi della disperazione provenire da una voce segretissima che niscìva dalle midolla dei suoi occhi»), cresciuta «solitaria nell'underground di Milton», indagando «indefessa e raggiàta sul serial killer Devil's Nipper» che semina il terrore nelle chiese della contea scuoiando le sue vittime. Due esistenze apparentemente lontane e inconciliabili, che però la mano del destino fa convergere («Si taliàrunu nel delirio dell'attesa di parràri. Accumuli di orrori tuttu dui.

Orge culinarie di due opposte formule divine») in una Sicilia che più nera non si può, nella quale l'eterna lotta tra bene e male (il quale talora si presenta nei panni delle persone a noi più vicine, perché «u Diavulu è Dio che lo permette») trova il suo culmine.

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