Il tramonto morale dell'Occidente liberale

Prima dei regimi, furono i movimenti sociali di massa a orientarsi verso il totalitarismo

Il tramonto morale dell'Occidente liberale

Alla metà degli anni Settanta apparve in Francia un saggio affascinante dal titolo Trahison de l'Occident («Il tradimento dell'Occidente») scritto da un grande studioso delle istituzioni politiche, Jacques Ellul, autore di opere importanti sui rischi della idolatria del progresso tecnologico e sulla fenomenologia dei processi rivoluzionari. Il volume accennava a una prossima fine dell'Occidente dovuta a un vero e proprio suicidio provocato dal senso di colpa instillato negli europei e, più in generale, negli occidentali dall'egemonia culturale degli intellettuali progressisti. L'Occidente, caricato di misfatti storici e tormentato dai rimorsi, si stava avviando, così, secondo lo studioso francese, verso un'autodistruzione intellettuale, dimentico del fatto che, se pure avesse avuto delle colpe, esso aveva comunque avuto grandi meriti storici come quello di aver creato la scienza moderna al posto dei rituali magici o di avere assegnato il primato intellettuale alla «razionalità».

Il saggio di Ellul appartiene a un filone, piuttosto ricco, di opere che affrontano il tema del tramonto o della decadenza o del suicidio della civiltà occidentale mettendo in luce, soprattutto, le conseguenze della decolonizzazione, del terzomondismo, del masochismo intellettuale e così via dicendo. È un succedersi di opere e pamphlet sulfurei e talora urticanti, da quelli di Pascal Bruckner, primo fra tutti, Il singhiozzo dell'uomo bianco (Guanda, 2008) pubblicato nella prima metà degli anni Ottanta, fino a quelli di Robert Hughes su La cultura del piagnisteo. La saga del politicamente corretto (Adelphi, 2003) e di Éric Zemmour su Il suicidio francese (Damiani, 2016).

Sembra quasi che si stia riproponendo, in un contesto differente e soprattutto con declinazioni diverse, una specie di «letteratura della crisi» in qualche misura rapportabile a quel grande dibattito che, nel periodo compreso fra le due guerre mondiali, animò il mondo culturale europeo e che fece da contrappeso al confronto-scontro fra un declinante liberalismo e un apparentemente incontenibile esplosione di totalitarismo.

Quando apparve, nel 1918, il testo più celebre di questa letteratura, forse e in un certo senso il capostipite, Il tramonto dell'Occidente di Oswald Spengler, il filosofo italiano Benedetto Croce, da buon partenopeo e a detta di Francesco Flora, fece gli scongiuri. Dal suo punto di vista, ne aveva tutte le ragioni perché, in effetti, l'opera spengleriana, percorsa com'era da una specie di cupio dissolvi centrato sul rapporto decadenza-destino-libertà, disegnava un futuro irreversibile e funesto per l'Occidente. Del resto la stessa concezione filosofica di Croce della storia come continuo e progressivo affermarsi della libertà (e dell'idea stessa di libertà) non poteva, comprensibilmente, riconoscersi o ritrovarsi in quel determinismo storicistico proprio del pensatore tedesco, anche se, probabilmente, egli già si trovava a riflettere sulle conseguenze dela Grande guerra nella coscienza europea prima ancora che nella lotta politica.

La natura di spartiacque storico del primo conflitto mondiale è il punto di partenza di uno studio corposo e stimolante di Giampietro Berti dal titolo Crisi della civiltà liberale e destino dell'Occidente nella coscienza europea tra le due guerre (Rubbettino, pagg. 628, euro 28) che vuole rileggere, in chiave di storia delle idee, i decenni compresi fra le due guerre mondiali alla luce dello scontro fra libertà e antilibertà, fra civiltà liberale e totalitarismi di destra e di sinistra. Questo scontro tra due opposte linee di pensiero avrebbe provocato, secondo Berti, «una frattura morale nella cultura occidentale» e si sarebbe trascinato, in sostanza, «per tutto il Novecento». In questa ottica - si potrebbe aggiungere - anche l'attuale dibattito sul «tradimento» o sul «suicidio» dell'Occidente prima ricordato, potrebbe, ancorché riferito a una tematica identitaria davanti all'offensiva di civiltà e religioni integraliste, essere davvero riconducibile allo stesso humus. Lo scontro fra liberalismo e totalitarismo negli anni Venti e Trenta, infatti, potrebbe, in certo senso e in certa misura, essere visto, per usare un linguaggio popperiano, come correlativo allo scontro, più o meno palese, fra le «società aperte» della «civiltà liberale» e le «società chiuse» a base teocratica.

Berti sottolinea come la crisi della civiltà liberale fra le due guerre sia riconducibile non solo all'impatto della conflagrazione mondiale sulla società e sull'assetto politico-istituzionale del tempo, ma anche all'avvento della società di massa (così lucidamente analizzata da José Ortega y Gasset) e, dal punto di vista culturale, all'offensiva scatenata da movimenti, prima ancora che regimi, di tipo totalitario e liberticida, proiettati verso la ricerca utopica di una alternativa all'esistente, verso la creazione di un «uomo nuovo» e di una società perfetta o perfettibile.

Peraltro, Berti non sembra condividere affatto la diagnosi che un grande storico tedesco - a mio parere a torto presentato come esponente del giustificazionismo del regime nazista - Ernst Nolte, ha effettuato parlando di «guerra civile europea» con riferimento al trentennio tra i conflitti mondiali e presentando, altresì, il nazionalsocialismo come «reazione» al comunismo. La verità è che il comunismo e il nazionalsocialismo, i due movimenti paradigmatici del modello totalitario, erano entrambi, per usare la bella espressione del sociologo francese Jules Monnerot, «religioni secolari», con un bagaglio di simboli e rituali e una vocazione espansiva ed escatologica propria di tutte le religioni. Che si trattasse, poi, di «religioni secolari» o, se si preferisce, «laicizzate» lo dimostra il fatto che esse poterono crescere e prosperare in un contesto e in una epoca che andavano sempre più caratterizzandosi - lo ha osservato il filosofo cattolico Augusto del Noce - come «età della secolarizzazione», della scomparsa del sacro e dell'espansione dell'ateismo.

Il dibattito sulla «crisi della civiltà liberale» e sul «destino dell'Occidente» cui presero parte i tanti intellettuali analizzati in questo volume - da Miguel de Unamuno a Paul Valéry, da Thomas Mann a Joahn Huizinga, per citare solo alcuni nomi - è, in realtà, un dibattito che potrebbe apparire datato soprattutto se visto nel confronto-scontro fra liberalismo e totalitarismo.

In realtà non è così perché esso, pur cambiando alcuni termini della questione e assumendo connotazioni molto più «identitarie», continua a riproporsi anche oggi di fronte all'offensiva portata avanti, per esempio, dall'islamismo nei confronti dell'intera civiltà occidentale e dei suoi valori. La verità è che appare sempre più valido quello schema interpretativo proposto da Arnold J. Toynbee secondo il quale «le civiltà muoiono per suicidio e non per assassinio». Come, appunto, sembra stia avvenendo oggi.

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