"Voltare le spalle alla vita è il più letale dei virus"

L'autore di "Il mondo dietro di te" (romanzo scritto prima della pandemia) narra il terrore dell'ignoto

"Voltare le spalle alla vita è il più letale dei virus"

L'intervista con Rumaan Alam comincia con il telefono che non funziona. A New York è mezzogiorno, è molto freddo, e whatsapp non collabora. Ricorda molto ciò che succede nel suo romanzo, Il mondo dietro di te (La nave di Teseo, pagg. 300, euro 20, traduzione di Tiziana Lo Porto), con il quale è arrivato in finale al National Book Award: una famiglia newyorchese della middle class affitta una bellissima casa a Long Island per una vacanza, ma iniziano ad accadere eventi inusuali (fra cui la perdita di campo dei cellulari...), i proprietari della villa (due ricchi anziani di colore) si presentano misteriosamente alla porta dicendo che un blackout ha colpito la città e, all'improvviso, nessuno è più in grado di avere notizie, di capire che cosa stia succedendo, tranne il fatto che un disastro è in corso. Un romanzo così attuale nell'intercettare il senso di paura e di perdita delle nostre certezze, che Netflix ne sta già producendo un film con Julia Roberts e Denzel Washington.

Rumaan Alam, quando ha iniziato a scrivere il romanzo?

«All'inizio del 2019 e l'ho finito in un anno, quindi l'ho scritto prima di avere qualsiasi informazione sul Coronavirus».

Il titolo letterale è Leave the World Behind, «Lasciati il mondo alle spalle»: di quale mondo si tratta?

«Il titolo è preso da uno slogan di Airbnb. Però ha anche un altro significato, che riflette ciò che stiamo facendo al nostro pianeta, lasciando dietro di noi il mondo in cui abbiamo vissuto per millenni».

Ma è davvero possibile lasciarci il mondo alle spalle?

«Credo di no. Nonostante tutto ciò che possediamo, e il benessere, la ricchezza e la sicurezza che pensiamo di avere, non è possibile».

Amanda, Clay e i loro due figli si lasciano un mondo «dietro», a New York, e ne scoprono un altro, «fuori» dalla casa a Long Island.

«Le persone che vivono in città possono sentirsi molto scollegate rispetto alla natura: per loro ci sono solo il lavoro, la tecnologia e le cose artificiali. Non è che la tecnologia sia un male, ma se le consentiamo di impadronirsi della nostra vita...».

Di fronte alla minaccia, ignota, che incombe su di loro, i protagonisti si aggrappano alla tecnologia, cercano disperatamente di avere risposte dai loro telefoni.

«La prima cosa che tutte le persone che conosco fanno, al mattino, è prendere il cellulare; io lo cerco perfino prima degli occhiali. A tal punto siamo abituati. E la cosa che mi colpisce è che sia una tecnologia nuova, che ha cambiato la nostra vita e la nostra esperienza del mondo in così pochi anni, ma che non sappiamo che cosa potrà fare alla nostra salute fisica e mentale e alle nostre relazioni. Non ne conosciamo gli effetti a lungo termine».

Il suo romanzo fa paura.

«Ho due bambini, da genitore sono preoccupato per loro e volevo che questo fosse parte del libro».

Ma perché ha voluto che fosse così inquietante?

«Mentre scrivevo credevo che fosse un libro sul cambiamento che sta avvenendo al pianeta e, per me, quel registro di paura era l'unico adatto. Fin dall'inizio senti che c'è qualcosa in agguato, un senso di qualcosa di inquietante, sotto...».

È lo stesso che è venuto allo scoperto con la pandemia?

«È quello. Il senso di una paura strisciante sotto la superficie delle cose, che ora è espressa dai nostri timori sul virus. Ora abbiamo l'occasione di parlarne, ma anche prima c'era molto di cui aver paura...».

Come si rompe l'equilibrio fra noi e il mondo?

«Possiamo tenere lontano le questioni globali, i grandi problemi, come fossero astratti, ma il virus colpisce i nostri familiari, non è qualcosa di astratto. Perciò, nel romanzo, le due cose dovevano entrare in collisione, il piano globale e quello personale, perché non sai mai che cosa proverai davvero fino a quando non ti trovi in mezzo alle cose».

Come si sopravvive a un disastro?

«Non lo so. Suppongo come i protagonisti del romanzo: vai avanti, perché non sai che altro fare. Ci sono delle cose fondamentali per la nostra umanità, anche se tutto intorno a noi è incerto: per esempio, anche durante l'ultimo anno si sono celebrati matrimoni e festeggiati compleanni, sono nati dei bambini... Abbiamo bisogno di sentire la vita, dei momenti di felicità».

Amanda si chiede: come si ama, se il mondo sta per finire?

«Credo che, in qualche modo, sia l'unica cosa che abbiamo. Tutto è incerto, ma c'è la certezza di amare i propri cari, i propri figli, la propria famiglia: è quello che sto facendo, è quello che sono. È facile dire è tutto tremendo, non credo a nulla, ma non credo sia la risposta».

I protagonisti non sanno che cosa stia succedendo ed è terribile.

«È spaventoso non sapere ciò che accade ma, allo stesso tempo, loro scelgono di non vedere ciò che potrebbero vedere; ed è solo la figlia a usare gli occhi e a guardare fuori dalla finestra. Abbiamo perso la capacità di vedere, e dovremmo riaffinarla».

Il sistema può crollare in un momento?

«I bambini a scuola stanno in fila, perché funziona così e, quando qualcuno sceglie di non farlo, mostra a tutti quanto ce ne sia bisogno. L'ordine è fragile e dipende dal fatto che tutti noi ci impegniamo a seguire le regole. O si fanno le cose assieme o non si può realizzare nulla».

Che cosa significa sentirsi «al sicuro»?

«Credo sia sempre un'illusione, non c'è modo di provare quel senso di sicurezza che vogliamo».

La realtà bussa sempre alla porta, come nel suo libro?

«Sì. Succede a tutti, non importa quanto i soldi, il potere, il senso di sicurezza ti facciano sentire a tuo agio: c'è un momento, inevitabile, in cui ti viene ricordato che non hai nulla, e che tutto ti può essere tolto».

Il virus lo ha ricordato a tutti?

«È difficile dire che vada tutto bene...».

Ma alla fine possiamo davvero goderci una vacanza?

«Dobbiamo. Dobbiamo trovare un modo, una via per la felicità, quei momenti che fanno parte dell'essere una persona».

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