Sulle tracce dei guru del post liberalism

Ecco i teorici della nuova corrente di pensiero che ispira Trump e J.D. Vance

Sulle tracce dei guru del post liberalism

Da ormai vari anni nel mondo accademico, politico e mediatico americano si è diffusa una corrente di pensiero snobbata e sminuita dall'establishment occidentale: il Post liberalism.

Si tratta di un movimento nato dalla critica dell'ordine liberale che oppone a un modello basato su una globalizzazione senza limiti, sulla società aperta, sui diritti individuali illimitati, un approccio più comunitario fondato su valori morali e religiosi, sulla centralità delle nazioni e su una maggiore attenzione ai settori strategici in economia.

Questa corrente di pensiero è salita alla ribalta delle cronache dopo il discorso di J.D. Vance a Monaco che ha spiazzato i leader europei non abituati ad ascoltare parole come quelle pronunciate dal vicepresidente degli Stati Uniti e privi degli strumenti necessari per comprendere le nuove categorie politiche americane.

I principali esponenti del post liberalism provengono sia da destra sia da sinistra e criticano l'eccessiva attenzione del liberalismo per i diritti individuali che ha favorito forme di individualismo minando l'importanza della comunità, della famiglia e dell'identità. In tal senso contestano il concetto di Stato minimo sostenendo che lo Stato dovrebbe svolgere un ruolo attivo nella promozione del bene comune bilanciando i diritti individuali con le responsabilità sociali. Punto comune dei pensatori post liberali è la critica alle derive della globalizzazione che ha impoverito le classi lavoratrici occidentali con conseguenze devastanti sulle comunità locali e, per contrastare queste tendenze, promuovono politiche protezionistiche volte a ridurre la disuguaglianza economica. Non è un caso che molti pensatori post liberali siano di religione cattolica poiché l'influenza della dottrina sociale della Chiesa e dell'enciclica Rerum Novarum di Leone XIII emerge nella tutela dei ceti più deboli, nel principio di sussidiarietà e nel comunitarismo. Cattolici sono anche i due principali politici legati al mondo post liberale: J.D. Vance e Marco Rubio. Se fino ad oggi in Italia si è, più o meno volutamente, ignorata l'esistenza di quest'area di pensiero, nel momento in cui il Vicepresidente degli Stati Uniti, il Segretario di Stato e una fetta consistente della destra americana affondano le proprie radici ideologiche nel movimento post liberale, diventa necessario conoscere i suoi principali esponenti, le loro idee e le pubblicazioni di riferimento.

Una delle principali voci del post liberalism è Patrick Deneen, professore di scienze politiche all'Università di Notre Dame e autore di Why liberalism failed?, un successo internazionale in cui ha compiuto una dura critica del liberalismo. Nel 2023 Deneen ha pubblicato un nuovo libro Regime Change con il sottotitolo «verso un futuro postliberale» in cui sostiene la necessità di sostituire l'élite liberale con una nuova élite conservatrice.

Deneen, insieme a due altri pensatori conservatori, Chad Pecknold e Gladden Pappin, ha dato vita a un progetto chiamato «Post liberal order» in cui sono pubblicati articoli approfondimenti sui principali fatti di attualità. Uno degli ultimi interventi si intitola L'impero liberal è morto ed è firmato da Philip Pilkington che «analizza i motivi per cui il liberal-internazionalismo unipolare non riesce più ad aprire le porte e mostra perché il Segretario di Stato Marco Rubio vede una nuova via attraverso la realtà multipolare».

In primavera uscirà un libro di Pilkington intitolato Il crollo del liberalismo globale e l'emergere dell'ordine mondiale post-liberale in cui si sostiene che «solo abbandonando le nostre illusioni liberali e promuovendo il nostro modello di postliberalismo duro e deciso, l'Occidente potrà sopravvivere».

Tra le voci più autorevoli del post liberalism c'è anche Adrian Vermeule, professore alla Harvard Law School e autore del libro Common Good Constitutionalism, in cui teorizza il concetto di «costituzionalismo del bene comune». Vermeule ha collaborato in varie occasioni con Sohrab Ahmari, fondatore della rivista Compact e oggi direttore dell'edizione americana di UnHerd, che in un'intervista ha dichiarato «è giusto definirmi post-liberale. Penso che il problema più grande del liberalismo filosofico sia il suo rifiuto, abbastanza consapevole, di riconoscere il bene comune come qualcosa che sia comprensibile a tutti gli esseri umani».

A questa corrente di pensiero si può iscrivere anche Rod Dreher, autore de L'opzione benedetto e La resistenza dei cristiani, che si è trasferito in Europa diffondendo il pensiero post liberale in particolare in Ungheria. Proprio ungherese è il sociologo Frank Furedi che ha criticato nei suoi testi l'attuale ordine liberale, un approccio che ha influenzato il pensiero di Balázs Orbán, autore de La sfida ungherese.

Trait d'union di questi pensatori è il movimento «National Conservatism» di Yoram Hazony che ha ospitato in

numerose conferenze gli esponenti del post liberalism e che anche in Europa faremmo bene a guardare con attenzione perché si tratta di un corrente di pensiero destinata ad avere una crescente centralità in tutto l'Occidente.

Commenti
Disclaimer
I commenti saranno accettati:
  • dal lunedì al venerdì dalle ore 10:00 alle ore 20:00
  • sabato, domenica e festivi dalle ore 10:00 alle ore 18:00.
Pubblica un commento
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette. Qui le norme di comportamento per esteso.
Accedi
ilGiornale.it Logo Ricarica